Lavorare per la rivoluzione: un'impresa commerciale tra Italia e Cina (prima parte)


La testimonianza biografica di Fabio Matteini che, partendo dagli anni '60, intraprese un'attività di importazione di prodotti artigianali cinesi con l'obiettivo di supportare le iniziative politiche e culturali delle Edizioni Oriente di Milano, il principale organo di divulgazione del maoismo in Italia.


Per gentile concessione degli autori, Fabio Matteini, Gilda Zazzara e Silvia Calamandrei, siamo lieti di proporvi degli estratti dal testo "Lavorare per la rivoluzione. Un'impresa commerciale tra Italia e Cina" pubblicato dalle Edizioni Ca' Foscari nel 2016 nella collana "Culture del lavoro".





Guida alla lettura: i paragrafi in corsivo sono le parole di Fabio Matteini; i restanti paragrafi sono parte del saggio di Gilda Zazzara sulla vita e sul concetto del lavoro di Matteini; le fotografie tratte dal testo sono state selezionate e commentate da Silvia Calamandrei.


"Rifarei tutto, nonostante le delusioni, le critiche. Ho vissuto tutta la vita in una grande utopia di un mondo diverso possibile, che dura da due secoli. Mi hanno insegnato che la parola viene dal greco u-topos: oggi non c’è, ma domani può esserci. In fondo ho avuto una vita di grande soddisfazione, ho viaggiato molto, ho conosciuto un sacco di persone interessanti, ho tentato di fare quello che volevo. Mi meraviglio sempre di come abbiamo potuto restare in piedi trentacinque anni. Cosa è stato questo esperimento? Un microcosmo. Cosa può esistere di più piccolo al mondo? Forse il fotone. Ecco, è stato un fotone."


Le autobiografie sono ‘pietre d’inciampo’ nel lavoro dello storico del tempo presente. Marcano punti nella sua mappa, punti di memoria delimitati, spesso non malleabili e perciò scomodi, d’ostacolo al tentativo di ricostruire un quadro consensuale o sintetico degli eventi e delle culture del passato. Un percorso attraverso le pietre d’inciampo è appunto un itinerario nella memoria, soprattutto quella più esposta al rischio d’oblio, non è ancora storia. Eppure questi ‘sassi di memoria’ sono indispensabili per rendere le mappe della storia più dettagliate, aumentare la scala di riferimento e con essa la qualità di visione.

La mappa, in questo caso, è quella delle simpatie cinesi della sinistra italiana, vecchia e ‘nuova’, degli anni ’60 e ’70. La ‘pietra d’inciampo’ sulla mappa è Fabio Matteini, un anziano signore, oggi, che ha attraversato il ’900 da comunista amico della Cina e da piccolo imprenditore commerciale.


“Sono nato a Firenze il 25 aprile del 1933, in una famiglia piccolo-borghese. Mio nonno paterno era un bronzista, aveva una fonderia di bronzi artistici. Allora in città c’erano due fonderie: Matteini e Marinelli. Mio nonno era afascista, non ne voleva sapere. Il suo concorrente Marinelli, invece, divenne subito un grande gerarca e questo ha comportato che Marinelli ha fatto fortuna e Matteini ha dovuto chiudere. Mio padre, che lavorava con lui, si è trovato per strada. Era diplomato al Conservatorio come fagottista, e per la stessa ragione di essere afascista non ha trovato nessun lavoro, per cui nel 1935 ci siamo trasferiti a Milano, dove viveva la famiglia di mia madre.


Luigi Maestrini, bisnonno di Fabio Matteini

Quella invece era una famiglia di antifascisti dichiarati: dal bisnonno Maestrini, che aveva partecipato alla scissione di Livorno nel 1921 e ha fatto un sacco di anni di galera; al nonno, ferroviere, che era stato licenziato nel 1924 dopo l’ultimo sciopero di Firenze. Per fortuna sua aveva la patente di fuochista e trovò vari impieghi in altre città, ma i fascisti lo allontanavano di continuo. L’ultimo posto prima della guerra l’ha trovato a Milano, nello zuccherificio di uno svizzero: a questo interessava solo che sapesse lavorare e gli garantì che lo avrebbe protetto”


“A tredici anni ho cominciato a lavorare come garzone da un falegname, poi come elettricista, imbianchino, manovale, magütt, scaricatore al mercato del Verziere. Sono andato a lavorare per ricostruire la funicolare di Montecatini. Lì ho organizzato uno sciopero, era piena stagione, di domenica. Abbiamo bloccato la funicolare. Cipriani, il padrone, mi ha cacciato gridando: «Sei un comunista!». «Grazie!» gli ho risposto. Non accettavo quella situazione di sfruttamento tremendo, di non essere considerato una persona. Ho lavorato anche in una piccola fabbrica di una trentina di operai che faceva apparecchiature elettriche, in Piazzale Gobetti. Era di un genovese che si chiamava Chiappori. Ma ho resistito pochissimo, preferivo fare il manovale, così almeno stavo fuori e non c’era il padrone sempre lì presente. In fabbrica era stato creato un regime di terrore che io non capivo e non sopportavo”


La sua storia racconta di come l’utopia politica possa impregnare le scelte quotidiane, orientare l’etica in modo duraturo ed essere rivissuta come memoria dura, irreconciliata. La sua testimonianza parla del lavoro concepito come una dimensione politica dell’esistenza in modo molto diverso da come lo è stato per i dirigenti di partito, gli organizzatori sindacali, gli intellettuali militanti e i ‘rivoluzionari di professione’, eppure con la stessa dedizione.

Il mercato del Verziere

Quella di Matteini non è la tipica cultura del lavoro organizzativista e produttivista di tanta parte del movimento operaio italiano, che ha posto il salariato e il lavoro manuale al centro della sua iniziativa. Non è neppure la cultura lavorista che ispira la Costituzione repubblicana, con la sua centralità del lavoro come diritto e i suoi riferimenti al personalismo cristiano. Originario di una florida famiglia artigiana fiorentina, proletarizzata negli anni del fascismo per ragioni politiche, Matteini ha scartato volontariamente il destino operaio che pure gli si prospettava, e di conseguenza l’operaismo come cultura politica. Nella condizione salariale ha sempre visto solo subalternità, monotonia, assenza di libertà; del suo humus artigiano non ha portato con sé l’orgoglio del produttore, ma un rispetto sacrale del lavoro come prodotto della vita dell’uomo.


“Mi sono iscritto alla FGCI verso i quattordici anni, senza sapere niente. Ero solo un ragazzo, ma vedevo che i capi, quelli che erano al potere in Italia, venivano da un vecchio sistema che la guerra e la Resistenza non avevano debellato. Tutto era tornato come prima. I padroni, gli insegnanti, gli avvocati, i magistrati erano tutti ex fascisti. La mia sezione era la «25 aprile», nei pressi di viale Romagna, prima era stata la Casa del Fascio. Coi compagni più vecchi c’era distanza, non ci aiutavano a capire le cose. Non ci spiegavano perché Togliatti, da ministro, aveva fatto un’amnistia ai fascisti e i partigiani finivano in galera perché non consegnavano le armi. Ripetevano che eravamo un paese occupato, che c’era la divisione del mondo, l’Italia da ricostruire. Non capivo questo legalismo, il sentirmi sempre dire «questa è la legge e va rispettata, poi si lotta contro». Ma se la legge l’hai fatta tu, contro cosa lotto? La prima forma di lotta è non rispettare la legge.”


Eliseo Milani

"Nel 1958 mi sono trasferito a Bergamo. Essere comunisti a Bergamo era molto duro, era un feudo democristiano, anche se molto antifascista. Mi sono iscritto alla sezione «Santa Caterina», il segretario della Federazione era Eliseo Milani, e nei primi tempi mi sono occupato di sindacato. Da subito ho avuto una posizione critica, perché pensavo che il sindacato dovesse fare un’opera politica portando la classe operaia al controllo della produzione, alla partecipazione all’azienda, non a lottare per cinque lire in più, per perderle il giorno dopo. A un certo punto l’Istituto Nazionale Assicurazioni (INA) ha messo sul mercato una polizza vita per operai. Ottenne dalla Camera del lavoro gli elenchi degli iscritti, in cambio di una piccola sovvenzione. Gli assicuratori si presentavano a casa degli operai dicendo che li mandava il sindacato e così facevano sottoscrizioni. È stata un’operazione truffaldina. Io ho scritto un lungo articolo dicendo che dare l’elenco degli iscritti era stato un errore."


La realizzazione personale va cercata fuori dal lavoro, in una dimensione morale che per lui ha coinciso con il testardo inseguimento dell’utopia del comunismo, cominciato a partire dalla frattura della seconda guerra mondiale. Troppo giovane per partecipare alla Resistenza, è abbastanza grande da comprendere la devastazione della guerra fascista e da riversare le sofferenze famigliari patite nell’ansia di riscatto delle anime più radicali dell’antifascismo. Lo cerca nel PCI, scontrandosi però presto con la chiusura dei vecchi dirigenti, la loro sfiducia nei più giovani, l’indisponibilità alla discussione. La linea togliattiana di deferenza all’URSS e di ‘pacificazione’ legalitaria nella politica interna lo deludono profondamente. Vive subito la Ricostruzione come una restaurazione, un ritorno dei padroni della ‘vecchia’ Italia – clericale, classista e autoritaria – ai posti di comando.


"Dalla rottura con l’URSS ho cominciato a interessarmi alla Cina. Consideravo l’Unione Sovietica uno stato imperialista per l’annessione dei paesi dell’Est europeo. Tutto nasceva da Yalta, da una guerra non finita e da una pace patteggiata tra USA e URSS, che si erano spartiti il mondo. La grande speranza era che la Cina si muovesse in un altro modo. La prima fonte d’informazione è stata il gruppo «Luglio ’60» di Gino Montemezzani, che aveva sede nel quartiere Lorenteggio di Milano, il primo gruppo a dissociarsi dal Partito comunista; poi il Circolo Lenin, poi saranno le Edizioni Oriente e Vento dell’Est di Maria Arena e Giuseppe Regis. Già il fatto di interessarsi a quello che succedeva in Cina era visto con sospetto nel PCI. Lo scontro è avvenuto al congresso del 1966. Come delegato della sezione intervenni dicendo che bisognava tenere aperta la porta con la Cina, avere un dibattito interno."


All’inizio degli anni ’60 comincia a interessarsi all’esperienza cinese, che si erge a modello di società comunista alternativa all’URSS: ancora rivoluzionaria, ancora basata sulla mobilitazione permanente delle masse, non burocratizzata e non tecnocratica. Prima che un’adesione ideologica, agisce n lui una trasposizione emotiva, sulla Cina popolare, delle speranze di palingenesi sociale frustrate dopo il 1945. Nel 1958 si è trasferito da Milano alla ‘bianca’ Bergamo, una città in cui essere comunisti non è facile. La federazione del PCI è guidata da Eliseo Milani, che è tra i primi a porre, da sinistra, il problema del confronto con il mondo cattolico, e che in seguito verrà radiato dal partito come membro del gruppo del manifesto. Matteini non si riconosce né in quest’area (che fa capo a livello nazionale a Pietro Ingrao) né nella maggioranza, e all’XI Congresso, nel 1966, viene espulso per le sue posizioni critiche.


"Il 24 aprile del 1966, sono andato a Milano per partecipare a una manifestazione non autorizzata contro la guerra in Vietnam, sono stato arrestato e ho passato dodici giorni a San Vittore. La notizia è apparsa su tutti i giornali, compreso l’Eco di Bergamo, che era il giornale della curia. Tutti i preti mi conoscevano solo come venditore di caldaie e la ditta di Verona mi ha subito licenziato. E così, di punto in bianco, mi sono trovato senza lavoro. Con altri compagni espulsi avevamo affittato una cantina dove trovarci come marxisti-leninisti, come carbonari. Facevamo una piccola attività che era rivolta ai compagni del partito.


In quel momento Regis mi ha aiutato offrendomi di collaborare alla sua attività commerciale con la Overtrade Srl. Era una ditta di intermediazione che esportava prodotti industriali in Cina, innanzitutto per sostenerla e poi per finanziare le Edizioni Oriente. Le Edizioni avevano bisogno di soldi, perché i compagni erano male abituati: nel PCI nessuno pagava mai niente e quintali di stampa venivano buttati. Era uno spreco disgustoso. Insegnare che le cose bisognava pagarle, che non si poteva sfruttare il lavoro di altri compagni, era difficile. Ci criticavano dicendo che eravamo finanziati dalla Cina e invece noi ai cinesi pagavamo tutto. Per anni abbiamo organizzato delegazioni: Dario Fo lo abbiamo portato noi, e si è pagato tutto il viaggio, poi ritenevamo giusto che andassero anche studenti, operai… E allora coprivamo una parte dei costi. Nel PCI pensavano che noi guadagnassimo, che fosse un business, perché questo nel partito succedeva abbastanza spesso, ma noi volevamo agire in modo diverso."


Ha ereditato dalla famiglia l’amore per le cose belle e ben fatte ma non ha un mestiere: non è un artigiano né un operaio specializzato. Non è neppure un intellettuale, sebbene studiando di notte abbia preso un diploma di ragioneria, né è più un funzionario, ma solo un comunista senza lavoro che vede nella Cina l’ultima speranza di rivoluzione. Dall’ambiente della politica gli arriva un’opportunità di sostentamento. È un compagno che come lui ha rotto il cordone ombelicale con il PCI – Giuseppe Regis – a coinvolgerlo in un’attività economica che ha solo secondariamente lo scopo di produrre reddito: si tratta infatti di ‘fare affari’ con i cinesi per sostenere un’iniziativa politico-culturale di propaganda delle loro posizioni. Il progetto sono le Edizioni Oriente di Milano, che Regis ha fondato con la moglie Maria Arena. il lavoro commerciale diventerà per Matteini il lavoro della vita, anche quando l’ultima speranza sarà perduta e l’utopia del comunismo continuerà a vivere solo in scala micro, ‘fotonica’ dice lui, nella sua piccola impresa.


"Dopo un po’ i cinesi ci hanno proposto di iniziare un’attività di importazione e così abbiamo aperto una piccola ditta, la Generale Mercantile. Da vendere loro avevano solo il loro artigianato e qualche prodotto di campagna come il tè, la canfora e gli oli essenziali. Per me il commercio non dovrebbe esistere con finalità di profitto, dovrebbe esistere solo la distribuzione dei beni. Però mi piaceva trattare cose inutili, superflue, che fanno parte della vita, della storia, ma non sono di prima necessità. Io venivo da una famiglia di artigiani, di amore per le cose fatte, di sapere perché sono fatte così, che dentro c’è una storia di uomini."


"Nell’estate del 1967 ho fatto il mio primo viaggio in Cina, diretto alla Fiera di Canton, che si teneva due volte l’anno. Non c’erano aerei che atterravano in Cina perché non c’erano rapporti diplomatici: da Hong Kong si prendeva un trenino per passare il confine di Shenzhen, che gli inglesi chiamavano Lo Wu. Il treno inglese finiva lì: due fabbricati della dogana e un ponte che si attraversava a piedi portandosi i propri bagagli. Di là dal ponte veniva offerto un pranzo, poi si prendeva un treno per Canton. A Shenzhen, dove adesso c’è una ‘zona economica speciale’ con trenta milioni di abitanti, non c’era niente, solo risaie. Alloggiavamo al Dongfang (oriente), un albergo costruito dai sovietici, massiccio, con terrificanti stanze enormi. Ho preso i primi contatti, ho cercato di capire come volevano muoversi i cinesi. Allora erano completamente sprovveduti, non conoscevano i mercati occidentali, cosa poteva interessare. Ho dovuto spiegare che noi saremmo stati gli importatori, avremmo venduto a dei grossisti, che avrebbero venduto a dettaglianti, che vendevano al pubblico. Loro non capivano tutti questi passaggi. Volevano parlare di prezzi ma per esempio non capivano che a seconda di dov’era il negozio il prezzo poteva essere diverso. Pensavano che così tutti sarebbero andati a comprare dove costava meno. Comunque la maggior parte del tempo la si spendeva in discorsi politici, riunioni, letture, discussioni con gli interpreti. Da allora in Cina sono andato altre ottanta volte: tre, quattro volte all’anno. Non solo alla Fiera di Canton ma anche nei grandi centri di acquisto di Pechino, Shanghai, Tianjin, Qingdao, dove i privati portavano la merce a valutare. Lo Stato comprava, immagazzinava e rivendeva. Nelle città giravo da solo. Pechino era già una grande città, le scritte erano tutte in cinese. Prendevo un autobus e ci stavo fino al capolinea, poi ne prendevo un altro a caso. Tutto l’autobus si alzava per farmi sedere. E quando ero stanco facevo vedere il biglietto dell’albergo e mi aiutavano a tornare. Ho insistito tanto per andare da solo in treno da Canton a Pechino. Loro non dicevano mai di no né di sì, facevano giri di parole. Li ho messi in difficoltà, avevano paura, perché erano talmente pochi gli occidentali che giravano che temevano che qualcuno mi facesse del male. Alla fine mi hanno lasciato partire. Avevo il mio scompartimento, ma il treno era pieno di cinesi. A ogni fermata scendevo e mi si formava una folla intorno, anche perché fotografavo, sempre chiedendo il permesso e naturalmente senza inquadrare le postazioni militari.


Poco lontano dal Dongfang Hotel, Canton, 1969

Del mio primo viaggio ricordo la commozione per un paese pieno di speranza. Sentivo in quella gente l’orgoglio di essere tornati esseri umani. L’orgoglio di aver conquistato un diritto di cittadinanza che non avevano nella vecchia società cinese. E questo soprattutto da parte delle donne. Che nella vecchia società non avevano nemmeno il diritto all’anagrafe, il diritto di essere contate. La rivoluzione l’hanno fatta le donne cinesi. Questa è stata la grandezza di Mao Zedong, aver ridato dignità a un popolo. Vedevo che c’era povertà ma non c’era la miseria, c’era questo orgoglio di essere partecipi, di essere persone per la prima volta. E questa era la sensazione che avevo nella pelle, che vedevo nella gente. Questo amore per i bambini, per le cose, da parte di chi non aveva niente. Erano poveri ma ricchissimi rispetto al loro passato. Primo perché mangiavano, ma soprattutto erano ricchissimi perché avevano una prospettiva, avevano un davanti, un futuro. E questo amore, questo orgoglio di avere una bandiera, di non avere più l’imperatore, di essere partecipi lo sentivo, lo sentivo e lo vedevo."


Nel 1967 Matteini partiva per il suo primo viaggio d’affari in Cina, per scegliere alla Fiera di Canton prodotti di artigianato da importare in Italia: erano stati gli stessi cinesi a sollecitare l’apertura di un mercato di manufatti tradizionali. Come molti dei viaggiatori che lo avevano preceduto resta folgorato dall’immagine di un popolo ancora poverissimo, ma pieno di qualità morali e soprattutto riscattato nella sua dignità.


Sole e 15 gradi sotto zero, Pechino, novembre 1969

Vincendo le perplessità dei cinesi ottiene di poter viaggiare anche da solo, in treno o in autobus, con al collo la sua macchina fotografica Voigtlander di poco valore.

Fotografare, chiedendo sempre il permesso, lo fa sentire più vicino a quelle persone con le quali non può parlare; non si sente etnografo, non vive il disagio di Franco Fortini sull’uso della macchina come «uno dei modi più sicuri per far sì che l’altro sia ‘altro’, oggetto, cosa, forma» (Fortini 1956, p. 169). Il suo obiettivo cerca di fermare l’emozione e la commozione che prova davanti alla vita quotidiana di strada, ai paesaggi rurali, ai volti degli anziani e dei bambini, ai laboratori artigiani, più che ai rituali della vita politica e di partito. I suoi occhi cercano la fede e la promessa dell’utopia concreta, e le trovano. Come Curzio Malaparte nel suo ultimo viaggio prima di morire, è partito «da amico» ed è tornato «innamorato della Cina» (Malaparte 1958, p. 343).


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La seconda parte, di prossima pubblicazione, sarà incentrata sull'esperienza in Cina di Fabio Matteini. (ndr)

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Gilda Zazzara è ricercatrice in Storia contemporanea presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove insegna Storia del lavoro e del movimento operaio. Dal a.a. 2020-2021 insegnerà Storia ambientale nell’ambito del nuovo corso di laurea in Environmental Humanities, occupandosi dei conflitti tra lavoro e ambiente. Si è interessata di storia della storiografia italiana, con particolare riguardo alla rifondazione della storiografia sul movimento operaio dopo il fascismo, e di culture operaie e sindacali del Nordest, tra piccola e grande impresa. È redattrice della rivista «Venetica», per la quale ha curato una serie di fascicoli dedicati ai temi del lavoro, e membro del comitato direttivo dell’Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea (Iveser).


La redazione di BYD ringrazia profondamente Gilda Zazzara per la sua gentilezza e disponibilità e per il suo magnifico contributo. 多谢!