La seconda ondata: riflessioni dall’estremo oriente sul COVID-19 e l’occidente ‘avanzato’



Le notizie sull'aumento dei contagi che arrivano dall'Italia e da altri stati europei inducono a una riflessione, non solo sulle mancanze nel pianificare e affrontare la battaglia contro la pandemia, soprattutto nei mesi recenti, ma anche su evidenti problemi sistemici e di responsabilità civiche del cosiddetto 'occidente avanzato'.

Di Mauro Marescialli

In Europa se n’è iniziato a parlare prima di quest’estate, mentre si stava uscendo gradualmente dalla fase d’emergenza del lockdown. Con l’arrivo della stagione fredda, si diceva, c’era da aspettarsi nuovi picchi di contagio nella popolazione, la seconda ondata.

Ed eccoci arrivati al Settembre appena trascorso e alle notizie di questi giorni: i dati di Spagna, Francia, Inghilterra, Germania indicano che la seconda ondata sta di fatto prendendo piede. Al momento, il numero dei nuovi contagi giornalieri in Italia è inferiore rispetto a queste nazioni, ma la curva dell’epidemia nel nostro paese mostra una tendenza al rialzo preoccupante.

L’avvertimento c’era stato, ma stando alle notizie riportate dai media nelle scorse settimane, si ha quasi la sensazione che non solo i governi dei paesi succitati - seppur con debite differenze - abbiano ancora difficoltà a capire o implementare le strategie adeguate per limitare i contagi (tamponi a tappeto, tracciamento dei contatti), ma che anche consistenti porzioni della popolazione non abbiano compreso la necessità di mantenere la guardia molto alta, continuando ad adottare quelle tre o quattro regole comportamentali che ormai dovrebbero essere più che chiare a tutti.

"Dov’è andato a finire il nostro buon senso, dei governanti al pari dei governati?"

Eppure, con ineffabile sconcerto, noto che in occidente c’è ancora chi si ostina ad opinare sull’utilità o meno della mascherina, o che spesso il distanziamento sociale venga ignorato o c’è chi insiste a dubitare dei consigli di dottori, scienziati ed epidemiologi.

Ora, a più di otto mesi dall’inizio della pandemia, a questo ci siamo ridotti? Dov’è andato a finire il buon senso ‘illuministico’ che dovrebbe caratterizzare l’occidente? O per farla ancora più semplice, dov’è andato a finire il nostro buon senso, dei governanti al pari dei governati?

E ancora, capita di leggere di manifestazioni di piazza organizzate per protestare contro ‘complotti’ organizzati da forze oscure e ’libertà negate' in Italia, Germania, Inghilterra, Francia, Spagna. Esempi poco edificanti che vengono tutti dal cosiddetto occidente ‘sviluppato’.

Osservare questa insensatezza dalla Cina, dove tutto è iniziato ma dove, a quanto sembra, la situazione appare da due o tre mesi sotto controllo (toccando ferro…) provoca un misto di stupore, amarezza e genuina preoccupazione. Ma va bene, capisco anche che in occidente tutto quello che viene da questo paese, anche quando si tratta dell’opinione o dell’esperienza relativa al COVID-19 di un occidentale che vive qui, possa essere preso con la puntuale dose di sufficienza e diffidenza.

Ed è esattamente per questo motivo che non parlerò di come Cina e Hong Kong hanno e continuano ad arginare il virus, ma della lezione che l’occidente può probabilmente apprendere da altri paesi dell’estremo oriente e del sud-est asiatico (o da altri esempi più lontani da qui come Sri Lanka, Ruanda ecc.) che hanno dimostrato, sia a livello popolare che governativo, di saper affrontare e controllare con le misure adeguate ed un elevato senso civico la minaccia della pandemia.


Corea del Sud, Taiwan, Tailandia, Vietnam, Malesia, per fare qualche nome, sono tra gli esempi virtuosi. Ebbene, cos’hanno in comune questi paesi nella lotta alla pandemia?

Al primo posto metterei il senso civico della popolazione.

Che sia SARS, influenza suina, ebola o altri tipi di epidemie, nel corso di diversi decenni le genti di questi paesi hanno avuto spesso a che fare con serie minacce sanitarie su scala nazionale. Ciò ha senza dubbio contribuito a sensibilizzare queste popolazioni verso i fenomeni epidemici e ad utilizzare in modo spontaneo i mezzi o gli espedienti a disposizione per limitare i contagi: mascherine, igiene personale, evitare luoghi affollati e scegliere di starsene a casa quando possibile.

"L’utilizzo della mascherina non è stato considerato come una limitazione della libertà personale, ma un modo pratico per, in primo luogo, cercare di proteggere sé stessi e, in secondo luogo, proteggere il prossimo."

L’adozione immediata e prolungata nel tempo da parte della popolazione di queste misure sin dall’inizio della crisi epidemica COVID-19, è avvenuta senza che i governanti dovessero necessariamente imporla forzatamente, periodi di lockdown a parte. L’utilizzo della mascherina non è stato considerato come una limitazione della libertà personale, ma un modo pratico per, in primo luogo, cercare di proteggere sé stessi e, in secondo luogo, proteggere il prossimo. Adottare questo comportamento civile basilare in tempi di emergenza sanitaria nazionale, o addirittura globale, non ha necessitato da queste parti particolari costrizioni imposte dall’alto e la ragione di ciò va, a mio modo di vedere, collegata al secondo elemento che caratterizza l’atteggiamento dei paesi virtuosi nella reazione contro la pandemia, ovvero la generalizzata fiducia nella scienza e, nel caso specifico, nei consigli comportamentali dei massimi esperti sanitari di ciascun paese.

Sarà forse per l’influenza della filosofia confuciana che predica di ascoltare e rispettare gli studiosi che raggiungono risultati accademici e scientifici di prim’ordine o forse, più semplicemente, perchè chi governa ha la sensibilità, il pragmatismo e il coraggio di affidarsi in tempi di emergenza sanitaria straordinaria alle indicazioni delle massime autorità mediche, che le strategie adottate per arginare il virus hanno seguito un percorso simile nei paesi virtuosi affidandosi alle raccomandazioni scientifiche, da cui poi sono state tratte delle chiare direttive guida: chiusura prolungata, totale o parziale, dei confini del paese; tamponi su larga scala; efficace tracciamento dei contatti grazie a strategie o tecnologie più o meno avanzate; riapertura graduale e controllata delle attività aziendali e commerciali; vietare o vigilare sugli assembramenti.

Un terzo elemento consiste nella compattezza sociale: in momenti particolarmente difficili o tragici per la nazione, molte popolazioni dell’estremo oriente e del sud-est asiatico hanno dato prova di riuscire a creare un fronte unito, solidale e trasversale per debellare l’incombente minaccia comune.

"Ma se in alcune parti del pianeta esistono esempi virtuosi da cui imparare come meglio gestire il controllo dell’epidemia, per quale motivo non si è cercato di studiarli e applicarli in altre realtà nazionali?"

La miscela di quanto appena descritto assieme alle capacità di leadership, coordinazione e implementazione di politiche e strategie sanitarie e di ordine pubblico nazionali da parte di certi governi in tempi di emergenza straordinaria, hanno gettato le basi per l’efficacia delle risposte al COVID-19 da parte delle nazioni virtuose suddette (e di diverse altre), un’efficacia che in molti casi dovrebbe far impallidire il cosiddetto ‘primo mondo’ occidentale.

Ma se in alcune parti del pianeta esistono esempi virtuosi da cui imparare come meglio gestire il controllo dell’epidemia, per quale motivo non si è cercato di studiarli e applicarli in altre realtà nazionali che adesso, a più di otto mesi dall’inizio della pandemia, si trovano nuovamente ad affrontare picchi di contagio preoccupanti?

Errare è umano, ma perseverare…

Mettendo da parte per un attimo gli Stati Uniti, dove la situazione è in pratica fuori controllo poiché pseudo-gestita da un’amministrazione governativa irresponsabile ai limiti della follia, diamo un’occhiata a cosa è successo nell’Unione Europea.



Il primo errore eclatante è stato quello di non riuscire a creare una strategia sanitaria e un macro-coordinamento comune dell’UE nel contrastare la pandemia. Ogni stato dell’Unione ha fatto per sé, con efficacia e risultati diversi com’era ovvio prevedere. I capi di Stato della UE sono riusciti a sedersi a un tavolo per giorni solo ed esclusivamente per accordarsi (con enormi difficoltà) sull’allocazione dei Recovery Funds, senza dubbio, assolutamente necessari; eppure, è lecito chiedersi se di fronte a un’emergenza sanitaria di questa magnitudine la cosiddetta ‘Unione Europea' avrebbe dovuto adoperarsi anche per creare delle linee guida comuni di coordinazione logistica, sanitaria e di movimento degli individui all’interno dell’Unione stessa. Non è forse nell’interesse di tutte le popolazioni dell’Unione che la pandemia sia contrastata e possibilmente controllata in modo sistemico più che contando esclusivamente su iniziative a livello nazionale? Pur riconoscendo l’enormità di questa sfida, se non si ha la capacità di fare questo tipo di sforzi durante calamità inusitate di questo peso e gravità, allora quando si riuscirà a farli?

La totale incapacità di mettere in piedi anche uno straccio di strategia comunitaria è non solo increscioso perchè mette direttamente in dubbio i principi fondanti di collaborazione e assistenza reciproci tra gli stati dell’Unione Europea (tanto più in tempi di emergenza pandemica), ma soprattuto si è rivelata a lungo andare pericolosa, poiché non si è contribuito a meglio salvaguardare la salute e le vite degli abitanti dell’Unione nel suo insieme.

"Oggi la realtà dei fatti dimostra, anche se sono in pochi ad avere il coraggio di riconoscerlo, che la decisione di aprire i confini tra gli stati europei è stata prematura e sconsiderata."

Il secondo abbaglio è consistito nella farsesca, inspiegabile decisione di aprire i movimenti tra le nazioni dell’Unione Europea (includendo anche l’Inghilterra) all’indomani dell’uscita dai diversi lockdown nazionali. Lo si è fatto, si diceva, per stimolare la ripresa economica dei paesi, e per meglio sostenere quelli che hanno nel turismo una delle risorse economiche primarie. Punto comprensibile, certamente, ma forse si è sottovalutato, o ignorato, che il COVID-19 non era stato ancora debellato e che avrebbe continuato a girare e a moltiplicarsi se gli si avesse dato modo di farlo, come infatti è puntualmente avvenuto. Oggi la realtà dei fatti dimostra, anche se sono in pochi ad avere il coraggio di riconoscerlo, che la decisione di aprire i confini tra gli stati europei è stata prematura e sconsiderata.

Affermare che non si poteva rimanere in lockdown o chiusi per mesi e mesi altrimenti ne sarebbe andato della sopravvivenza economica e psicologica di una nazione è comprensibile; tuttavia, mi chiedo, come la mettiamo col fatto che, a quanto si legge, molti paesi europei dovranno con tutta probabilità ri-entrare in lockdown, ri-chiudere i confini e ri-adottare le stesse misure d’emergenza in auge fino a qualche mese addietro? Non sarebbe stato forse più oculato e responsabile essere più cauti tre mesi fa, optare per una riapertura interna più graduale, limitare al minimo gli spostamenti tra i vari paesi mentre nel contempo aumentare il numero dei tamponi (e non diminuirlo) e rafforzare il sistema di tracciamento dei contatti proprio per prepararsi nel migliore dei modi alla stagione fredda, e limitare le probabilità di ricadere nella medesima situazione di Marzo o Aprile scorsi? Quale impatto economico e psicologico sulle rispettive nazioni potrà avere a questo punto un secondo lockdown?

"La costante irrisione della scienza o, più semplicemente della conoscenza...si sta dimostrando controproducente e disastrosa."

La terza e ultima considerazione sulle ragioni dell’altalenante e spesso imbarazzante risposta delle nazioni occidentali più sviluppate nell’affrontare l’emergenza COVID-19 non può esimere da una valutazione più generale sull’attuale spessore etico e civile delle società occidentali più ricche e cosiddette ‘avanzate'.

La costante irrisione della scienza o, più semplicemente della conoscenza, che ormai sembra essere sfociata in un anti-intellettualismo aprioristico, basato su una presunzione d’infallibilità individuale costruita su opinioni disseminate dai social, da un certo giornalismo e, nei casi più gravi, da alcuni rappresentanti delle istituzioni ad ogni livello, si sta dimostrando controproducente e disastrosa, e il COVID-19 ne è, purtroppo, la prova più lampante.


Manifestazione negazionista a Berlino, Agosto 2020 (photo credit: La Stampa)

Il fatto che ad ottobre 2020 parecchi individui possano ancora ritenere che semplici atti di civiltà e rispetto reciproco, come indossare la mascherina e mantenere il distanziamento sociale per ridurre le possibilità di contagio, siano imposizioni insensate che limitano le libertà del cittadino, evidenziano un virtuale scollamento dalla realtà di tali individui, dimostrato dai dati dell'aumento dei contagi nel momento in cui questi semplici accorgimenti, assieme a pochi altri, non vengono adottati. Allo stesso tempo è la prova di uno strisciante, spaventoso fenomeno d’irresponsabilità civica verso il prossimo, che sia questo il perfetto sconosciuto che incrociamo per strada o un parente, un’amica, o un genitore.

A quale principio etico o morale si può ispirare una tale, clamorosa incuria? O forse è il caso di cambiare questa domanda e chiederci invece, una volta per tutte, se certi principi etici e morali siano stati via via consumati, erosi nelle nostre società cosiddette avanzate, lasciando il campo a un individualismo sconsiderato e allo stesso tempo anche clamorosamente ottuso, in quanto del tutto controproducente, soprattutto quando si ha a che fare con una pandemia che non guarda in faccia a nessuno (right, Mr. Trump?).

Di recente mi sono imbattuto in un articolo su Medium che dovrebbe far riflettere. Scritto da una cittadina dello Sri Lanka, il pezzo analizza in modo schietto e diretto il modo discutibile e, a suo modo di vedere, razzista in cui spesso i media occidentali riportano le notizie su come la pandemia di Covid-19 sia stata arginata in paesi meno ‘avanzati’.

In una frase chiave dell’articolo, l'autrice si rivolge direttamente all'occidente dicendo:

“Voi parlate del mondo ’sviluppato’ o ‘industrializzato’ o di nazioni ‘avanzate'. Ma cosa significa? Come puoi essere sviluppato se non hai una sanità’ pubblica? Come puoi considerarti industrializzato se non puoi distribuire abbastanza tamponi ed equipaggiamento protettivo? E quanto puoi essere avanzato se la tua gente non porta neanche la mascherina?”

Il COVID-19 sta portando alla luce i limiti non solo sistemici ma anche etici, civili e culturali dell’occidente ‘avanzato’: anche nel momento in cui un vaccino sarà disponibile, e si spera lo sia presto, sarà responsabilità della storia raccontare i nostri fallimenti e, con umiltà e contrizione, cercare d’imparare più di una lezione dai tragici errori commessi.


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