La Recensione 'gnorante: Mo Yan, Sorgo Rosso



La rubrica dal titolo 'Le Recensioni 'gnoranti' accoglie opinioni su opere artistiche cinesi da parte di chi di Cina sa poco o niente. L'intento è quello di raccogliere punti di vista, ci auguriamo freschi e stimolanti, tesi a un'interpretazione libera da preconcetti di opere cinesi selezionate nell'ambito letterario, musicale, pittorico, cinematografico e via discorrendo. Oggi parleremo di 'Sorgo Rosso' capolavoro dello scrittore e premio Nobel della Letteratura Mo Yan.

Di Luca Fidanza.

Tra le pagine del romanzo di Mo Yan (莫言, Mò Yán) il sorgo si dispiega oltre qualsiasi considerazione. La distesa rossa nasconde, interrompe e infine disvela la narrazione di una famiglia e delle epoche che essa attraversa; interseca vicende e combattimenti, gli spiriti della terra, i lutti e le passioni. Tre generazioni compongono l’intreccio di una storia conosciuta fin troppo tardi. L’epica di Sorgo Rosso (红高粱家族, hónggāoliáng jiāzú) è infatti un impatto travolgente, e alla fine la persuasione è completa.

Eppure, prima di avvicinarmi per scelta a questo romanzo fondamentale della letteratura cinese, avevo in tasca solamente un nostalgico ma ancora vago ricordo del film del 1987, tratto dall’opera di Mo Yan. Evidentemente dovevo chiudere il cerchio. Quel ricordo giovanile degli anni universitari si univa all’amore profondo per il cinema del tempo, proprio nei giorni in cui, spinto da una curiosità febbrile, decisi di affrontare per la prima volta le opere dei registi cinesi, in particolare i film di Zhang Yimou. Avevo in quegli anni l’esigenza impellente di scoperta di culture meno conosciute. Molto in Europa stava cambiando, anche il cinema. Divenne quindi logico e comune rivolgersi alle arti dei paesi che cominciavano gradualmente ad affacciarsi sulla scena artistica mondiale, negli anni dei muri caduti.


Dopo la visione del film, ebbi l’impressione che con Zhang Yimou si fosse aperto un conto. La sua versione di Sorgo Rosso aveva lasciato molte porte aperte riguardo i molteplici significati che avrei voluto dargli. Dovevo capire cosa mancasse. Allora mi sono imposto di scoprire, autenticamente, la lettura. I suoi tempi. La riflessione, la ri-lettura, e inevitabilmente realizzai quanto le mie interpretazioni dell’epoca fossero troppo rocciose, intransigenti, dure; sembrava quasi che gli artisti dovessero, al giovane frenetico che ero, delle risposte esaustive, consolatorie.


Gong Li, Mo Yan, Jiang Wen and Zhang Yimou sul set di Sorgo Rosso

Ovviamente non mi resi conto di quanto l’impreparazione di allora mi stesse negando proprio quei dettagli poetici e quelle complessità umane di cui avevo bisogno, e che invece erano già lì, tra le righe dei testi, tra le immagini evocate da un romanzo che non conoscevo e che il film accennava soltanto. Di fronte a quelle storie, a tali epiche, alle vicende delle famiglie, bisognava avere pazienza e dar valore al tempo, coglierlo in pieno nel momento in cui si snoda ed essere in grado di rimettere in discussione ogni aspettativa.

Il conto da saldare era questo, e la colpa era mia. E per quanto riguarda Sorgo rosso, è stato proprio il libro a chiarirmi le confuse interpretazioni. Quelle porte che il film aveva lasciato aperte le ha chiuse con forza molti anni dopo lo scrittore e Premio Nobel Mo Yan, coi suoi cinque capitoli di narrazione e le quasi 500 pagine. Questa premessa era dovuta. Una necessaria puntualizzazione sui momenti differenti di una vita. Sulle nozioni acquisite e sull’approccio ai testi.


Ecco allora Mo Yan e il suo monumentale romanzo.

L’ho ‘ritrovato’ trent’anni dopo, nei giorni presenti e profondi che mi stanno riavvicinando a quel mondo. Ebbene, oggi ammiro quasi sconvolto uno spazio straordinariamente più aperto, al punto di non dovermi più voltare. Nessuna nota o ricerca in soccorso. Dinanzi a me si affacciano improvvisamente una serie di particolari inquadrature e l’idea fantastica che mi faccio di esse. L’ansia frenetica di doverne attraversare di nuove. Ecco allora suggestioni che nel mio soggiorno in Cina ero riuscito solamente ad accarezzare. Ecco la tentazione di azzardare per quest’opera la parola Lirica, perchè le questioni e la vastità del tempo che la scrittura di Mo Yan affronta sembrano, pagina dopo pagina, poter crescere all’infinito. Perchè ritengo che la Lirica debba essere intesa anche come sensazione costante e intensa.

Una prosa di ampio respiro, dolorosa, capace di colpire con forza il lettore mediante l’odore e i colori dei campi, del vino e del sangue, le ‘scienze della natura’ che erompono, i suoni e i riflessi del fiume e del sorgo tramite cui si viene a conoscenza, sempre più profondamente nel corso del romanzo, delle fiabesche e terribili vicende degli abitanti di Gaomi, uno sperduto villaggio dello Shandong, provincia nel nord-est della Cina, durante un arco temporale che copre cinquant'anni di storia Cinese, dai primi anni '20 fino alla meta' degli anni '70.


Jiang Wen interpreta 'Mio Nonno' nel film del 1987

Cinque libri che compongono l’opera (Sorgo Rosso, Vino di Sorgo, Le Vie dei Cani, Il Funerale del Sorgo, Pelli di Cane) testi che si dividono a loro volta in altre decine di capitoli.

L’impressione, che si trasforma in meraviglia mentre gli eventi si accavallano, è di partecipare a un racconto sinfonico, composto e sorretto da decine di voci e strumenti diversi, coinvolti in un invisibile spirito di collaborazione. L’epopea indubbiamente classica, che rimanda alle più grandi opere occidentali, siano esse, appunto, musicali o letterarie; vengono in mente i drammi wagneriani, o l’universo fantastico e morale del Garcia Marquez di Cent’anni di solitudine.

Davanti a me sfilano racconti brevi in serie che a turno erigono la struttura, schegge narrative solo apparentemente slegate tra loro. I personaggi nascono e scompaiono da un capitolo all’altro, cresce la paura di non rivederli più, e senza accorgersene riappaiono, sotto una veste diversa, più maturi, a volte disperati, altre volte nei sogni di un altro.

A Gaomi, dunque, e nella campagna circostante divisa dal fiume Moshui, siamo all’incirca alla metà degli anni trenta, si svolgono le vicende di Yu Zhangao, Dai Fenglian, Douguan, lo Zio Liu, e tanti altri…in una composizione disarticolata di parentele naturali e acquisite. Le loro vicissitudini si insinuano nella Storia di una Cina profondamente ancorata alla Terra che sostenta e ispira credenze ancestrali.


Gong Li, 'Mia Nonna'

Terra di conquista straniera, ‘cani giapponesi’ come locuste nel Sorgo, imprevedibili, carnefici e vittime come i propri nemici, che li combattono, ne diventano zerbini per sopravvivere fino al giorno dopo, nell’universale piaga del collaborazionismo.

Terra di bellezza sconfinata tradotta in versi dall’autore, che indulge in antiche retoriche, ma senza mai stancare. E’ il Sorgo la presenza abituale. Pittorica. La sua trasfigurazione in vino è il motore di salvezza delle comunità. Il fruscìo che Mo Yan evoca persino tra le mitragliatrici della guerriglia sembra rappresentare una via di fuga da tutto. Il Sorgo spianato come alcova temporanea porta a un livello di fascinazione che raramente ho ritrovato nelle mie letture.


La voce narrante di tale paesaggio è il ‘nipote’ di Yu Zhangao e Dai Fenglian; Nonno e Nonna, come li chiama per tutto il romanzo. La voce racconta le gesta dei personaggi grazie alle parole smezzate, tremanti e autentiche degli ultimi sopravvissuti di quell’epica, le storie orali così preziose tra i contadini che sembra denudare e scalfire nell’intimo per poi difenderli in prosa, mutandoli in icona, tenendo fede alla loro fantasie, ai proverbiali modi di dire di un mondo che gli sta scomparendo davanti. Per questo è costretto a indugiare nel fiabesco, nel sogno. E’ l’architetto della Saga di Gaomi. Il cantore del Sorgo. L’uomo che conserva la Memoria.

Ma Mo Yan riesce eccezionalmente a uscire da sé. Alla pari di un Omeride che canta gli eroismi e le debolezze di Dei e Umani, mi scaraventa in un mondo che è al contempo reale e immaginario. E’ come avere in mano la sceneggiatura e poterne fare tutto ciò che voglio.

Mi affianca alle gesta di Yu, assassino ed eroe di guerra, mi presenta Douguan, il figlio e padre del narratore/autore…’quel bandito di mio padre’ descritto così nelle prime righe , con le lacrime di una vita di resistenza agli orrori, disperato e rafforzato dagli esempi famigliari. Mi pone a fianco dell’eroina Dai, coi suoi incubi e il suo coraggio, che ricorre a tutti gli espedienti possibili di fronte agli ostacoli che un destino crudele ha deciso di riservarle “…mia nonna, che se fosse diventata scrittrice avrebbe calpestato un gran numero di scrittori fino a farne uscire la merda…”, e circonda questa sorta di famiglia, allo stesso tempo unita e divisa, di personaggi apparentemente meno definiti, che al contrario impersonano magistralmente eroi, ladri, puttanieri, padri amorevoli e guerrieri, insieme e all’interno di un consesso babelico intorno a cui sembra esserci una sola sicurezza, un unico riferimento: la Natura rappresentata dal Sorgo e dal fiume che lo compenetra. Pianta e sorta di Divino Consolatore che si staglia tra i corpi e le speranze di vita, approvvigionamento eterno per le popolazioni del tempo, ricordo nostalgico di Mo Yan nell’era contemporanea, che tutto svilisce, persino il Sorgo, alla stregua di un cimelio abbandonato e polveroso.



Il villaggio intorno a cui cui si snoda il cammino della storia è solo apparentemente il centro del racconto. E’ più propriamente un passaggio; un alternarsi di persone e vicende che sembrano avere più versioni, ognuna pronta a reinterpretare l’altra. Il vero fulcro dell’opera è la commistione tra passato, presente e futuro che si serve del villaggio Gaomi, del fiume Moshui che lo costeggia, del sorgo che lo circonda.

"La saggezza dei semplici. Il retaggio come istinto di sopravvivenza; la durezza dei conflitti sociali e bellici. La continua ricerca di un senso a tanta fatica di vivere."

Un luogo che per queste dimensioni diviene ‘mondo’ non può essere, alla fine della lettura, un mero microcosmo contadino; può invece somigliare a un contenitore compresso, come un Big Bang colmo di avvenimenti pronti a espandersi, e che permette allo sfondo agreste e rituale di una piccola comunità della Cina rurale di convivere, combattere e affiancarsi fatalmente al peso dell’esistenza e delle necessità quotidiane, ostacolate dalle crudeltà contingenti e, via via, sempre più moderne.


Nei piani sovrapposti e nelle digressioni a cui Mo Yan si affida frequentemente (dando al romanzo la connotazione di una serie televisiva enigmatica) trovano posto così le costanti universali: amore e abiezione, scaltrezza e invidia. La saggezza dei semplici. Il retaggio come istinto di sopravvivenza; la durezza dei conflitti sociali e bellici. La continua ricerca di un senso a tanta fatica di vivere. Persino l’orrore, tema su cui Mo Yan quasi sadicamente insiste, suggella a volte in maniera tangibile, a volte metaforicamente, il passare dei giorni. Anche osando: descrivendo ad esempio i minimi dettagli di una scuoiamento o cogliendo con vena finemente perversa i protagonisti nell’intimità e nella dolcezza degli affetti più delicati.



A tratti, una sottile linea comica pervade alcune situazioni del racconto, lasciandomi libero di interpretare l’impulso di Mo Yan come un tentativo di alleviare la tensione, che va e viene a intervalli irregolari, dando in questo modo l’impressione di affidarsi al grottesco. A suo agio con la malizia, l’autore mi concede (forse?) un respiro più lungo, una pausa dalle scosse. Sono quelle piccole indulgenze che amo, che arricchiscono invece di sottrarre.

E’ invece ardua impresa centrare un personaggio, men che meno le dimensioni che lo contengono. Non mi riesce del tutto. Eppure ricordo la fissazione che mi attanagliava scorrendo pagine e nomi del romanzo, alla ricerca ansiosa del come potesse finire un capitolo, o uno dei cinque libri. Come si fa? L’autore li mescola, in apparenza senza una logica, dall’inizio alla fine del libro, in una sorta di andata e ritorno dagli inferi, accorrendo a espedienti magici e fantastici per recuperare gli attimi non detti di una morte, o i perché di una ‘resurrezione’. Ma forse è qui il segreto del fascino del libro. Mo Yan rimarca una linea di confine e la cancella nel capitolo successivo.

La pressione feroce della natura e degli eventi si avvertono per tutto il romanzo. L’inquietudine si insinua velenosa: l’eterno tentativo del male di erodere i principi della tradizione e dei sentimenti profondi e primordiali di donne e uomini che con i loro errori, il loro istinto, e alle prese col legame indissolubile che li lega alla terra, materia primissima di sostentamento e comunione, sono disposti a morire perché quel feroce tentativo naufraghi una volta per tutte.


L’autore centra in pieno il senso della sua terra natià, delle immani sofferenze che il suo popolo ha subìto nei secoli e che tuttavia fungono da spinta frenetica e dolorosa per la lotta incessante; la fatica e la resistenza degli uomini semplici pervade l’intero romanzo, che Mo Yan traduce in una poesia di cui quasi non si concepisce l’altezza.

Sorgo Rosso è come un quadro senza cornice che l’autore dipinge lasciando intravedere più figure e più orizzonti. E sembra non voler terminare mai.

"Sorgo Rosso"

Mo Yan

Traduzione di Rosa Lombardi

Editore: Einaudi

Collana: ET Scrittori

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