Il Tai Ji e il mare (episodio 2)


Cronaca di una stagione del cuore. Lontano dalle routine universali, è possibile ricomporre il disordine del tempo e delle parole. Sulle coste del Mar Giallo, in una città scelta a caso, si riannodano i fili della connessione tra Uomo e Natura.

di Luca Fidanza


Link al primo episodio.

Il viaggio che ci portò a Weihai fece da monito e riassunto per quello che stavamo lasciando. Fu anche l’ennesima indicazione sulle distanze e le faticose traiettorie cinesi, alle quali personalmente mi ero abituato faticosamente nei tre anni precedenti. Ma prima di tutto fu un tempo sciaguratamente lungo che cancellò d’un fiato Omero e la sua Odissea, Penelope, la compagnia cantante e tutta la retorica sul viaggiatore avventuroso. Nelle ultime discussioni in quel di Pechino avevamo deciso di risparmiare il più possibile. In possesso soltanto dei risparmi dei vecchi lavori decidemmo di rintracciare qualcuno che non pretendesse la luna. Sapevamo di quanto fosse facile.


Si era diventati esperti delle trattative coi cinesi e infatti rintracciammo molto presto questa tizia di nome Stella, che a detta di qualcuno e soprattutto di lei stessa, era un’autista, molto nota nel quartiere, espertissima anche di lunghi viaggi. Stella era molto gentile e apparentemente molto sveglia, ci disse che sarebbe stato uno scherzo, e che ci avremmo messo poco. Il particolare era che non si aspettasse che, oltre a noi due, avrebbe dovuto trasportare l’equivalente di due famiglie allargate (ehm…il mio guardaroba a cui ero molto affezionato consisteva in una decina di enormi valigie, bustoni di un metro per due che praticamente contenevano tutte le preziose testimonianze della mia vita a Pechino e che avrei desiderato portarmi dietro per sempre…l’unica responsabilità che invece mio fratello sentì fu di portare con sé i tre gatti con cui aveva vissuto negli ultimi anni e che pensammo bene di schiacciare letteralmente in una specie di tubo di stoffa di mezzo metro…il prezzo della responsabilità morale). Il furgoncino dell’amabile Stella, ce ne rendemmo conto molto presto, non godeva di una buona portata.

Può sempre servire...non si sa mai...

Non so quante strade sbagliò, la cortese Stella. Non so neanche se avesse capito dove fossimo diretti. E cominciammo ad avere dei dubbi, oltre che sulla scelta, sul fatto che i gatti fossero ancora vivi dopo ore e ore passate tra steppe inesplorate e autogrill abbandonati. Non sentivamo più miagolii. Ci sentivamo degli assassini di gatti e non vedevamo futuro. Forse saremmo decollati, a un certo punto, chi lo sa? Forse era solo un incubo.


Fatto sta che alle sette ore preventivate se ne aggiunsero quasi un’altra decina, passate nel delirio di una finta autista che continuava a ripetere “siamo quasi arrivati”, schiacciati dalla mia stupida vita in dieci stupidissime valigie, dai sensi di colpa e da un ‘vaghissimo’ sentore di fame.

Arrivammo a notte fonda, spossati, con la solerte Stella che batteva moneta, e noi a chiederci se non ci fossimo allontanati un po’ troppo dalle abitudini consolidate. I gatti erano ancora vivi. Fu allora che ci ritirammo, finalmente, nei nostri appartamenti, e crollammo, senza accorgerci…ancora…di nulla. Gli appartamenti. Da lì si poteva sentire il mare, se ne sentiva l’odore e il suono maestoso, travolgente e ininterrotto. Era questo, pensammo, il senso del viaggio: riscoprire gli umori e i suoni della natura, lontani dal caos, dalle urla degli arrotini, dei mercati sterminati, dalla ‘caciara’ generale pechinese.


Sfortunatamente, sarebbe stato un altro potere, naturale, invisibile… a travolgerci. Quel Potere, di cui sentimmo le avvisaglie al risveglio dei giusti, ci avrebbe tenuto compagnia per mesi. Si chiamava Freddo (maiuscolo per timore e rispetto) e ancora ‘tremo’ al sol pensiero.


Era un cupo dicembre.


Così si svolsero (e si ghiacciarono) i fatti: conquistate le due magioni, sulle quali avevamo trattato da tempo, veniamo subito a sapere dal nostro padrone di casa che per un misterioso, alieno, e ridicolo impiccio burocratico eravamo oramai impossibilitati a ottenere l’allaccio del riscaldamento, per il cui utilizzo avremmo dovuto pagare già a fine ottobre.


Il nostro padrone di casa

Guardandoci sbalorditi, il tenero Bonaccione (colui cioè che gestiva sette altre case e ancora mangiava in ginocchio sui fornelletti conservando centinaia di vuoti di bottiglie di birra per risparmiare), ci consigliò, trattenendo a stento lo sghignazzo, di fornirci di stufette per lenire possibili assideramenti. Ma come potevano cedere due occidentali pregni di vissuto pechinese, provenienti dalla Grande Capitale, da una città che conosce in pratica solo due stagioni, e attraverso le cui strade, tempeste di sabbia, nevi improvvise e oscuranti, alle ridicole minacce di questi provinciali marinaretti, nativi di un paesello di solo due milioni d’anime sperdute?

Fu per questo e per altri due penosi scatti d’orgoglio che le prime notti le passammo sotto quattro coperte, vestiti di piumino NorthFace e col gelo avvolgente che ci impedì, praticamente, di chiudere occhio.


"Perché…dopo tutto e dopo i mesi che passarono, Weihai diventò davvero, alla fine, il posto che avevamo sognato da tempo"

Le mattine dopo, una alla volta, comprendemmo tutto. All’uscita dal comprensorio la Haishui Yuchang (海水浴场, la spiaggia più famosa di Weihai) ci aspettava, e ci avrebbe accompagnato per molti giorni. L’ultimo scoglio da superare per raggiungerla sembrava una quisquilia: una stradina di una decina di metri che tagliava in due i blocchi abitativi all’inizio della quale si poteva ammirare il mare infinito e lo spettacolo delle onde. La quisquilia era in realtà ben altro. Non so quanti nomignoli gli trovammo, ma per esorcizzarla serviva una distrazione, e in questo siamo stati sempre bravi. Per quanto mi riguarda, la viuzza divenne molte cose: il Tunnel della Morte, la Collina del Disonore, il Passaggio della Vergogna, l’Ora funesta della Penitenza, il Miglio bianco…cinque secondi d’orrore in cui forze invisibili ci avrebbero avvertito a loro modo dei giorni di permanenza nello Shandong. Una prova di forza da superare perché avessimo diritto a due pasti caldi, alla pace e alla bellezza infinita della dimensione in cui eravamo finiti. Perché…dopo tutto e dopo i mesi che passarono, Weihai diventò davvero, alla fine, il posto che avevamo sognato da tempo.

Aspettando mio fratello per andare a fare colazione

Il lungomare è un invito. Bisogna possedere la vista periferica più ampia possibile per vedere e immaginare come si svolgerà il giorno in questo posto così aperto a tutto. La nostra avventura si compose di tre o quattro fulcri attorno ai quali avremmo sempre gravitato. La spiaggia, il bar sul lungomare dove ci rifugiavamo tra gli adorabili ragazzi cinesi, l’Università della Scienza e della Tecnologia, e lo spazio esistenziale che ricominciammo a considerare mediante un respiro più lungo. Più aperto. Oltre a essere un invito, il lungomare di Weihai diventa un confine immaginario tra il pensiero e realtà. Ma non li divide. Li avvicina. Gli fa da paciere. Per questo lo porto sempre con me.


Il cammino cominciò così. Esploratori vergini di una terra che idealizzammo vergine. Poco da idealizzare, in verità. Le prime passeggiate confermarono le voci di dentro e quelle dall’esterno, suggerite dal ‘si dice’. La zona in cui abitavamo appariva deserta. Senza esagerare. Una Main Street commerciale (con parametri molto lontani da quelli di Pechino) e improvvisamente una via laterale tortuosa e silenziosa che si dirige al mare, nella via residenziale dove trovammo casa, via che d’estate, come ci era stato detto, torna ai parametri canonici cinesi. Folla vociante e distanziamento nullo tra cinesi provenienti da ogni angolo del Paese per due settimane di mare. Evidentemente anche Weihai, mi dissi, vuol provare tutto…ma solo per un po’.


"Il ragazzo si chiama Yi Ge. Grazie a lui avremo modo di capire i cinesi della provincia, Weihai e il concetto di “culture diverse” una volta per tutte. Grazie al grande Yi Ge."

Credo sia una delle prime sere, gelide, quando decidiamo di passeggiare spazzati dal vento. D'un tratto scorgiamo nella foschia due luci in lontananza, come delle lanterne che mi riportano da subito ai paesaggi melvilliani di Moby Dick. Sono due lampioni isolati, che illuminano l'entrata di un bar (una taverna ottocentesca, nella mia immaginazione). E’ il bar che farà da ritrovo abituale, una bettolina che ripara dal freddo, e da una solitudine invernale. Entriamo. Lentamente. Il proprietario, un ragazzo sorridente, ci accoglie con calore e curiosità mentre i tre o quattro astanti ci guardano, o meglio ci squadrano con espressioni sorprese e un accenno di sorriso (tipico sguardo cinese alla vista dei laowai). Praticamente gli parliamo subito, ironicamente, del freddo che attanaglia la sua città. Glielo chiediamo prima dei convenevoli di rito. Il ragazzo ci guarda, attende tre secondi e poi esclama sommessamente: “Quale freddo?”


Il ragazzo si chiama Yi Ge. Grazie a lui avremo modo di capire i cinesi della provincia, Weihai e il concetto di “culture diverse” una volta per tutte. Grazie al grande Yi Ge.

Nel terzo episodio di questo 'romanzo a puntate', vi presenteremo i pittoreschi personaggi che ci accompagneranno nelle giornate di Weihai...stay tuned!