Ho suonato a Xinxiang, e mi ha cambiato la vita. Storia di un mini tour nella provincia dello Henan



La storia di come un concerto in una città periferica della Cina abbia cambiato il destino di vita e musicale di un italiano.

Di Fernando Fidanza


Premessa

In un momento di crisi globale dovuta al Covid—crisi che ha colpito, tra gli altri, il mondo dell’arte e dello spettacolo in modo particolarmente duro—questa mia storia di un concerto avvenuto in Cina qualche anno fa, durante un periodo delicato della mia vita, vuole offrire un po' di ottimismo a musicisti come il sottoscritto, nella speranza che in chiave futura non ci si rassegni a quella che puo' sembrare una situazione senza uscita. Suonare in Cina è una esperienza a 360 gradi, che mi ha arricchito umanamente e professionalmente e di ricordi indimenticabili. E che infine mi ha cambiato la vita.


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In cosa ci rifugiamo nei momenti di crisi? Io, sin da piccolo, oltre a trovare conforto nel supporto incondizionato di famiglia e amici, mi sono sempre rifugiato nella musica.

Suono la chitarra da quando ho otto anni, ossia dal momento in cui i miei genitori regalarono una fiammante Squire elettrica bianca e blu a mio fratello Luca per i suoi diciotto anni, e io finii per farla mia. Da quel giorno, senza soluzione di continuità, la musica non mi ha mai abbandonato. Posso legare qualsiasi momento importante della mia vita, bello o brutto che sia, ad una canzone, e se c’è una cosa che veramente amo fare, forse l’unica, è suonare, soprattutto dal vivo. Condividere le mie canzoni e le emozioni che non riesco ad esprimere se non tramite il mezzo musicale con persone che non conosco, e notare nei loro sguardi che, non sempre, ma a volte, s'identificano in ciò che canto, è la sensazione che da sempre mi fa andare avanti.


Francesco Guccini, il mio cantante italiano preferito, diceva in Canzone di notte n.2: “E un'altra volta è notte e suono/ Non so nemmeno io per che motivo/Forse perché son vivo/E voglio in questo modo dire "sono"”, ecco, prendetemi pure per pazzo, ma ho sempre pensato che questo verso fosse dedicato a me.

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Nel 2010, quando vivevo a Pechino già da cinque anni, ho passato uno dei periodi più difficili della mia vita. Mia madre era morta da pochi mesi, la mia ragazza mi aveva lasciato dopo sei anni passati insieme, il mio investimento in uno studio di registrazione era fallito. Mi ritrovai senza soldi, tormentato da attacchi di panico, e soprattutto con la netta sensazione di aver deluso profondamente tutte le persone che amo. In quel momento, ancora una volta, la musica si precipitò in mio aiuto. Nella mia mente confusa avevo solo un paio di opzioni per tentare di ricominciare, tornare in Italia o andarmene a suonare in giro per la Cina.

Scelsi la seconda opzione.


In precedenza avevo suonato in quasi tutti i locali di Pechino, da solo o con vari gruppi, ma, a parte pochissime occasioni, non mi ero mai spinto al di là dei confini della capitale. Decisi così di fare una prova, ovvero un solo concerto in un’altra città cinese e se fosse andato bene, soprattutto economicamente, mi sarei spinto oltre, magari organizzando un vero e proprio tour. A questo punto dovevo decidere la città.


L’opzione più scontata sembrava Tianjin, dove, nella concessione italiana, si trova il 13 Club, un locale rinomato in Cina per la musica dal vivo. Sapevo che lì era facile suonare e che pagavano bene, ma questa scelta non mi soddisfaceva del tutto.

Il viaggio da Pechino a Tianjin con il treno ad alta velocità dura meno di mezz'ora, pensai, e il 13 Club si trova a cinque minuti a piedi dalla stazione di Tianjin. Dove stava il viaggio? Dove l’avventura? Dov'era il sacrificio fisico che quasi mi ero imposto per espiare i miei sbagli?

Inoltre c’era il rischio che miei amici da Pechino sarebbero venuti a vedermi, e a quel punto non sarebbe stato altro che un remake delle mie serate pechinesi le quali, dopo diversi anni, avevano ormai perso la magia iniziale.


Alla fine, la scelta ricadde sulla città di Xinxiang (新乡, Xīnxiāng), nella provincia dello Henan. Per gli standard cinesi, con i suoi 5 milioni di abitanti, Xinxiang è una città relativamente piccola e senza dubbio non una tra le più famose e frequentate da stranieri.

Perché Xinxiang?

Per prima cosa a Xinxiang c’è un locale, il SUBARK, in cui avevo già suonato nel 2008 (avventura sì, ma non del tutto alla cieca!). Inoltre a circa un’ora e mezza da Xinxiang, sul monte Yuntai (, Yúntāi Shān), si trova una località chiamata il Boschetto di Bambù dove nel III secolo dopo Cristo sette artisti (I Sette Saggi della foresta di bambù, 竹林七贤, Zhúlín Xián) si ritirarono per sottrarsi alla corrotta vita di corte e alle regole della società confuciana, e dedicarsi a una vita di ispirazione taoista basata su libertà, arte, connessione

con la natura, anticonformismo e vino.


I Sette Saggi della Foresta di Bambu'

In questo viaggio che nasceva dalla voglia di fare ciò che amo, costi quel che costi, una simile destinazione simboleggiava una sorta di Mecca.

Contattare il padrone del SUBARK, il caro Xu Xiaodong (旭小东, xiǎodōng) e organizzare una serata fu facile. Chitarra in spalla, zaino, autobiografia di Keith Richards in mano e Metallica nelle cuffiette: ero pronto.


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Il viaggio fino a Xinxiang decisi di farlo in pullman.

Se in Cina vi sedete su un pullman vuoto (capita raramente) e poi salgono quattro passeggeri cinesi, si siederanno sicuramente davanti, dietro e accanto a voi. I cinesi sono abituati a stare nella calca e sembra quasi che abbiano una specie di terrore inconscio degli spazi vuoti.

E infatti mi ritrovai subito circondato, ma dopo pochi secondi il mio fastidio iniziale si trasformò in felicità. I miei compagni di viaggio si mostrarono subito amichevoli e curiosi. Domande, sorrisi, snack offerti, mi sembrava di essere tornato ai miei primi giorni in Cina.


Durante il viaggio, notai che il pullman si fermava spesso in vie secondarie o a caso in mezzo all’autostrada. All’inizio non capivo bene il perché, poi, prestando più attenzione mi accorsi che l’autista stava sempre al cellulare. Ho capito poi che era sempre in contatto con vari tassisti, abusivi e non, che gli consegnavano in punti “non convenzionali” altri passeggeri. Spesso il tassista ritardava o spesso il luogo d’incontro non era preciso, fatto sta che facendo un rapido calcolo, senza questa deliziosa abitudine, il viaggio sarebbe durato 6 ore invece che 9. Ma era questa l’esperienza che cercavo, no?


Welcome to SUBARK

Il SUBARK è un locale con un retrogusto dark. La prima immagine che colpisce è formata dalle sindoni in bianco su sfondo nero di Jim Morrison, Ian Curtis, John Lennon e Kurt Cobain. Ogni superficie è dipinta di nero, dal bancone, al soffitto alle sedie. Sulle pareti sono appese borchie, fruste e ci sono varie vetrine in cui sono esposti prodotti per il trucco, capi di vestiario e accessori che sembrano venire direttamente dalla toeletta di Robert Smith. Il palco non è niente male, molto grande, alto circa un metro e mezzo e soprattutto con equipaggiamento tecnico, strumenti e amplificatori, di altissimo livello (imparerò col tempo che anche nella città più umile e sperduta della Cina c’è sempre almeno una Livehouse con impianti modernissimi che spesso non ho ritrovato nei miei concerti in Italia, Olanda e Stati Uniti).


In Cina tornare a suonare in un locale dove ci si è già esibiti è un po' come tornare a casa. Appena arrivato al SUBARK, incontro i Manicomio (精神病医院, jīngshénbìng yīyuàn), gruppo punk locale che aveva suonato con me due anni prima, e subito baci e abbracci. Il padrone del locale, Xu Xiaodong, che aveva da poco aperto una società che importa vino, mi stappa lì per lì due bottiglie di un buon rosso cileno.


I Manicomio

Sedutomi a un tavolo inizio a chiacchierare con i Manicomio che mi raccontano principalmente del loro cambio di stile musicale, ora più vicino ai Sigur Ros, e del fatto che il loro cantante vive in un’altra città e stanno quindi sperimentando un nuovo modo di comporre canzoni assieme via internet, ricongiungendosi solo per i concerti.

Gli parlo della mia edificante visita alla foresta di Bambù e loro mi dicono: “Si, fichi i 7 saggi, ma non li apprezziamo perché li consideriamo egoisti che non rispettano le regole dell’autorità e si staccano dalla società” E io penso: "Solo in Cina un gruppo punk può fare questo tipo di discorso, Confucio è stato davvero convincente!".


Dopo qualche bicchiere di vino mi siedo al bancone e il padrone si scusa perché deve essere intervistato da una troupe di studenti universitari che stanno girando un documentario sui luoghi di cultura della città. Mi offre un whisky, lui è già al terzo perché è emozionato per l’intervista, e io gli ricordo che mi ha già stappato due bottiglie di vino. Il padrone mi “cede” così alle tre cameriere del SUBARK con cui inizio a chiacchierare. Chiedo subito di dove sono, e la più spigliata mi dice: “Io e lei siamo di qui”, indicando la cameriera seduta vicino a me. Faccio la stessa domanda alla terza ma quella spigliata s'intromette e dice: “Indovina! Viene da dove vengono i ladri e l’uvetta!”. Io: “…non saprei”. Ancora la spigliata: “Ma è chiaro no? E’ uigura, è del Xinjiang!”.


La cameriera uigura mi racconta che è qui da due anni per studiare psicologia, e con una dose d'ironia mi dice: “Due anni fa prima di venire qui non sapevo che noi del Xinjiang fossimo tutti ladri…”. Spesso ho notato tra i cinesi una pregiudiziale etnica verso la minoranza musulmana che appartiene a questa provincia occidentale della Cina, stigmatizzata in modi tutt'altro che amichevoli, e sarebbe divertente dire alle due cameriere dello Henan che tutti i miei amici di Pechino prima di partire mi hanno detto: “Ehi, occhio nello Henan, perché lì sono tutti ladri...”.


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La locandina

Finalmente arriva il mio momento, salgo sul palco, mi esibisco e il concerto va benissimo.

Il pubblico è curioso e felice che parli in cinese. Nella pausa sono tutti molto premurosi: foto, chiacchiere, birre offerte, veramente tutto ciò che ho sempre sognato.

Per ringraziarli risalgo sul palco e faccio due mosse che sono sicuro essere vincenti.

Per prima cosa, suono Hotel California.

Non esiste musicista occidentale che abbia suonato in Cina a cui non sia stata rivolta questa domanda: “Sai suonare Hotel California?”. Tutti i cinesi amano questa canzone, Manicomio compresi. Me li ricordo bene quando finito un loro concerto d'inaudita violenza, si unirono al sottoscritto per cantare commossi a squarciagola la hit degli Eagles. Ricevere questa richiesta è talmente comune per i musicisti occidentali che è addirittura nata una corrente che si rifiuta di suonarla per principio.


Il secondo omaggio al mio pubblico dello Henan è 'Set the controls for the heart of the sun' dei Pink Floyd. Il motivo è che quattro frasi di questa canzone, “Witness the man who raved at the wall as he wrote his quastions to Heaven”, “Watch little by little the night turns around”, “Countless the twigs which tremble in dawn” e “One inch of love is one inch of ashes” sono tratte da poesie di Li He (李贺, Lǐ Hè ) e Li Shangyin (李商隐, Shāngyǐn), entrambi nati nello Henan.

Dopo la suddetta spiegazione suono la canzone e…il pubblico è mio!


Finito il concerto il capo del Subark, le tre cameriere e i Manicomio, mi portano in un ristorantino ad assaggiare alcuni piatti tipici della zona. Tra la quindicina di portate (è sempre così quando si invita a cena un ospite “di riguardo”) che si succedono sul tavolo spiccano un piatto di uova strapazzate con una verdura non ben identificata e la zuppa “Hu La Tang” (胡辣汤, tāng), il piatto più famoso della zona, deliziosa.


Ad un certo punto notiamo tutti che un cliente oltremodo ubriaco comincia a urlare a una delle cameriere camerier;, il mio ospite, ovviamente di casa, si alza e va ad aiutare la cameriera, spingendo l’ubriaco fuori dal locale. I Manicomio si alzano e li seguono e il bassista mi dice: “Tu stai qui non ti preoccupare”. Io invece mi preoccupo eccome e penso: “Bene, siamo all’inizio del tour, se m’ammazzano venderò il mio Greatest Hits postumo e mio padre e mio fratello saranno miliardari”.


L’ubriaco comincia a lanciare bottiglie vuote di birra verso l’entrata del ristorante ed è solo a questo punto che noto lui…il cuoco…che esce lentamente dalla cucina, con sguardo vuoto da squalo bianco, ma soprattutto con un coltello che ricorda quello del Mostro Piramide di Silent Hill. La cameriera “spigliata”, nota la mia paralisi e la mia prima sgranatura di rosario, e mi dice: “Tranquillo, vado io” esce, recupera il coltello dalle mani del cuoco e lo riporta in cucina. L’ubriaco finalmente se ne va, il padrone del SUBARK e i Manicomio si risiedono al tavolo e il batterista mi chiede “Allora, com’è la zuppa?”.


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A distanza di diversi anni, mi trovo spesso a ripensare a queste due giornate passate nello Henan, perché in definitiva sono state tra le più importanti della mia vita.

Riassaporare emozioni da troppo tempo dimenticate assieme alla spontaneità, alla cordialità sincera, e le attenzioni schiette che sono spesso caratteristiche dei centri periferici della Cina mi rimisero in pace col mondo e, soprattutto, con me stesso. Lasciare una metropoli per rituffarmi in questo tipo di realtà in un momento difficile della mia vita fu la scelta giusta dettata, ancora una volta, dalla mia passione per la musica: l'elemento chiave che mi ha connesso col SUBARK, Xu Xiaodong, i Manicomio e tutte le altre persone incontrate in questo viaggio.


Suonare dal vivo a Xinxiang, il contatto col pubblico, guadagnare qualche soldo con la mia musica, viaggiare, e imparare qualcosa di nuovo erano tutto quello di cui avevo bisogno per recuperare la mia autostima e, in fondo, per convincermi che la musica era davvero la mia strada. Fu così che dopo Xinxiang mi convinsi a organizzare un tour che mi portò a suonare in 128 città cinesi e a incidere un album con la band 'In Forma di Vento', Feng Zhi Xing (风之形,fēng zhī xíng) di Wuhan.

Ma questa è un'altra storia.

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