Fratelli cinesi


Nel 1957 l'intellettuale Curzio Malaparte si reca in Cina per scrivere un reportage, che verrà pubblicato postumo nel 1958 col titolo "Io, in Russia e in Cina".

“Io non sono andato in Cina per fare un’inchiesta politica, sono andato in Cina per fare un’inchiesta umana, e il popolo cinese è il più ‘naturaliter christianus’ che esista al mondo. E ho voluto esplorare questa bontà cinese, questi affetti, questa generosità del popolo cinese. Se avessi voluto dare un colore politico alla mia gratitudine, avrei commesso un errore enorme, di tatto, di delicatezza, di buongusto. Io ho gratitudine per i cinesi perché sono stati per me come dei fratelli. Quando la radio svizzera, al mio arrivo a Ciampino, mi ha domandato se i cinesi mi avevano ben assistito durante la mia malattia, io ho risposto semplicemente così: ‘i cinesi sono stati con me perfetti, come dei fratelli'” .


Così Curzio Malaparte nell'intervista rilasciata a Sergio Zavoli nel 1957.



Se un giorno, per caso, dovessimo imbatterci nella lettura di “Maledetti toscani” e nel roccioso pensiero di Curzio Malaparte riguardo le proprie origini pratesi, nell’irrefrenabile entusiasmo d’appartenenza che emerge tra le righe di quell’opera, forse non riusciremmo a credere al racconto infinito, e alle dissonanti contraddizioni dell’intera esistenza di questo intellettuale italiano che sembra aver attraversato il mondo intero, le tempeste ideologiche del novecento, perlustrandone i limiti non senza averne vissuto l’essenza, sbarazzandosi in tempo delle illusioni accecanti e genetiche che ogni ‘rivoluzione’ porta con sé, permettendogli di viverle fino in fondo, sia dal lato puro e illusivo sia da quello oppressivo, e inevitabilmente oscuro. In questo universo che lo affianca e a tratti lo compenetra, Malaparte, probabilmente influenzato dalle idee comuniste a cui si è gradualmente avvicinato, incontra e accoglie una dimensione apparentemente slegata dalla varietà dei suoi retaggi e dal suo intero trascorso esistenziale. Questa dimensione è la Cina, che lo raggiunge come una sorta d’illuminazione in età ormai matura, segnata, nel corso degli anni, da passaggi indubbiamente sorprendenti, nel campo politico e in quello personale.


Siamo nel 1957, e l’incontro con la Cina, ignota e momentaneamente consolatoria per un uomo così ferocemente impegnato nella ricerca di un senso e ormai prossimo alla morte (Malaparte era già stato aggredito da un cancro ai polmoni) rappresenta una sorta d’approdo spirituale nei confronti soprattutto di sé stesso, all’interno di quello spazio in cui certi slanci estetici ai confini del narcisismo costituiscono il motore della sua esistenza, e comunque alla fine di un cammino probabilmente irrisolto, tuttavia guidato da una curiosità e un attivismo famelici.


Così, nell’arco di circa vent’anni Malaparte, dall’elaborazione di parole quasi gridate “Io son di Prato, m’accontento d’esser di Prato, e se non fossi nato pratese vorrei non esser venuto al mondo!” in cui nell’opera “Maledetti Toscani” rivendica l’orgoglio d’appartenenza a uno spazio e a una terra ben identificati e al limite della sfida contro tutto ciò che è altro, passa all’amore fideistico verso l’intero mondo cinese, in un atto di fede che rievoca un sentimento devozionale, inconfessabilmente religioso.


Malaparte si reca in Cina nel 1957. Arriva a Pechino passando dalla Mongolia, attraversando paesaggi diversi e diversamente ostili, e lo fa sì, col piglio dell'esploratore, ma soprattutto, col piglio dell'artista. Il racconto di questo suo viaggio diventa un libro, “Io, in Russia e in Cina”, curato per l’editore Vallecchi da Giancarlo Vigorelli, che vede la luce, postumo, nel 1958.



L'approccio artistico

Le sue descrizioni dei paesaggi sembrano descrizioni di opere d'arte.


"Durante il mio viaggio attraverso la Cina, da Pekino a Urumqi, nel Sinkiang, il Turkestan cinese, oltre l’estremo limite nord ovest della Grande Muraglia e da Urumqi a Langchow, a Sian, a Ciunking, ho seguito lo stesso itinerario di Tu Fu, mi sono fermato negli stessi luoghi che furono cari a Li Po e alla sua Musa delicata […] è un viaggio attraverso l’antica poesia cinese, quello che sto compiendo per montagne e steppe e fiumi; e troverò tra giorni i cieli sereni del sud, il clima dolce, i fiori lungo le correnti dorate. E Lin Nan Lin sorride, e mi recita i versi di Li Po dedicati al cielo di Sechuan, i versi di Tu Fu dedicati alle nuvole, alle fontane, ai verdi alberi del Sechan [sic]”.


"Il paesaggio è simile a quello dipinto da Uan Sin Men, che visse alla fine del secolo XI, sotto la Dinastia Sung, nel suo famoso rotolo di seta lungo venti metri "Mille Li di fiumi e di montagne"

Wang Ximeng, Mille Li di fiumi e montagne

Questa è la Pechino di Malaparte: "Il cielo della capitale è di porcellana lucente, venato di sottilissimi ricami turchini, bianchi, rosa, come quel famoso smalto che è detto 'cloisonné'"


E Malaparte usa l'arte anche per descrivere Mao Zedong, che intervista durante la sua visita: "...è un uomo di sessant'anni, di statura oltre la media, dalle spalle ampie, il viso largo, la fronte altissima, i capelli neri, folti e soffici. Ha i lineamenti regolari, gli occhi sono leggermente obliqui, il naso ben modellato, la carnagione pallida: non di quel pallore d'avorio che hanno in generale i cinesi, ma di un pallore olivastro, simile a quello dei sardi. Ha un piccolo porro scuro sul mento, e i denti nerissimi, di ebano. Son così perfettamente neri e lucenti, che sembran fatti di ossidiana".


L'approccio politico

"Ero già stata in Cina, nel 1951, poco dopo la liberazione della Cina. E la prima volta che vidi Malaparte lui era soprattutto affascinato nel capire da me che cosa avveniva in questo continente sterminato, che era ormai sorto davanti alla ribalta del mondo, come la nuova terra. Malaparte mi disse se il mio giornale, il giornale che io dirigevo lo poteva mandare in Cina come inviato speciale per descrivere questo mondo. Ebbi evidentemente delle difficoltà gigantesche, perché tutti gli intellettuali, anche i grandi intellettuali, credevano che lottando contro Malaparte si lottava contro il fascismo, c'era questo gigantesco equivoco. Non comprendevano che Malaparte rappresentava a quel punto quella parabola dell'arcieuropeo, che partito da un punto e attraversata la tragedia dell'Europa, guardava al mondo nuovo. In questo c'era non un'incoerenza, ma una coerenza dell'uomo di cultura, dell'intellettuale, ma anche dell'uomo che aveva profonda tenerezza per quello che era un popolo povero".


Queste le parole di Maria Antonietta Macciocchi, che da direttrice del settimanale comunista Vie Nuove, assegna a Malaparte un reportage sulla Cina.


Malaparte nel suo reportage esalta lo spirito di sacrificio cinese, e contemporaneamente esorta e critica gli intellettuali:


“É un’esperienza che bisogna fare. Un’esperienza necessaria, questo incontro con gli uomini che tirano i carri, attaccati alle stanghe, che camminano curvi sotto la soma. É necessario per tutti, per voi, per me. Quegli uomini riscattano anche voi, anche me. Riscattano la nostra cultura, la nostra condizione di intellettuali, condizione, talvolta, così spregevole”.


E ancora: "La fame, la sofferenza, la schiavitù, l’ingiustizia fanno spesso duri e cattivi i popoli. Il popolo cinese, nonostante secoli e secoli di schiavitù, di fame, di umiliazione, di terrore, è rimasto buono. E la grande lezione che si impara in Cina, nella Cina Popolare di Mao Tse Tung, non è soltanto una lezione di coraggio, di sacrificio, di tenacia nella lotta e nel lavoro, ma anche e soprattutto una lezione di modestia, di bontà, di onestà. Durante il mio viaggio attraverso la Cina, dallo Shansì del nord all’estremità nord-occidentale del Turkestan, dal Kansu all’Hupei, avevo visto da vicino un popolo di contadini e di operai unito e compatto nella costruzione di una patria nuova, libera e giusta, di una Cina socialista."

"Sono avvenimenti tragici, ma che non possono tuttavia, in nessun modo, scalfire la fede nell’avvenire di un mondo di libertà, di giustizia e di benessere qual è il mondo di cui la Cina Popolare ci offre un’immagine ancora acerba ma sicura e definitiva."

In un altro estratto, Malaparte esalta da una parte l'esercito che aiuta i poveri e dall'altra un sistema sanitario equo e all'avanguardia, sottolineando l'importanza che i cinesi danno ai bambini, alle nuove generazioni e quindi al futuro della nazione.


"Quel che avevo veduto a Ta-Tun, nello Shansì, a Urumci, nel Turkestan, a Langchow, nel Kansu, a Sian, nello Scensi, a Ciunking, nel Sechuan, era un esercito impegnato in una battaglia contro le miserie ereditate dal feudalesimo, contro tutta una storia millenaria di tirannia e di fame. Ma quel che ho visto nel corso della mia malattia, nei tre mesi e mezzo passati negli ospedali di Ciunking, di Hankow, di Pekino, è stato uno spettacolo ancora più straordinario e commovente: quello di un intero popolo impegnato in una colossale battaglia contro la tubercolosi, il rachitismo, l’anemia, la malaria, la denutrizione, cioè contro i cento e cento mali che secoli e secoli di feudalesimo hanno lasciato, spaventosa eredità, nel sangue del popolo cinese. […] Né si creda che i medici degli ospedali cinesi siano dei medici qualunque: essi sono in genere specialisti di grande fama, di uno standard non certo inferiore e molte volte superiore a quello dei migliori medici americani e tedeschi. Il reparto pediatrico dell’ospedale di Hankow è senza dubbio il più modernamente attrezzato fra quanti io abbia mai visto: e non accade in Cina, come purtroppo altrove, che i bambini che possono esservi ricoverati siano soltanto figli di ricchi. Sono bambini di operai, di contadini, di povera gente. […] La direttrice del reparto pediatrico, professoressa Tao, mi ha aggiunto: “I bambini hanno un’importanza decisiva nell’avvenire del mondo, più grande di quello che molti non credono”. Questa frase della professoressa Tao mi faceva tornare in mente quello che mi aveva detto un contadino cinese, in una cooperativa agricola dello Scensi: “La guerra non si farà perché i bambini non la vogliono”.


Malaparte individua la Cina come modello esemplare da seguire per costruire un futuro migliore e per superare errori come quelli che hanno portato alla Rivoluzione Ungherese del 1956.


"Come ho detto l’altro giorno in una intervista alla Pravda, chi ha vissuto da vicino l’esperienza cinese può meglio di ogni altro valutare serenamente e obiettivamente i dolorosi episodi avvenuti in Europa negli ultimi mesi. Sono avvenimenti tragici, penosi, che addolorano un animo giusto e onesto, ma che non possono tuttavia, in nessun modo, scalfire la fede nell’avvenire di un mondo di libertà, di giustizia e di benessere qual è il mondo di cui la Cina Popolare ci offre un’immagine ancora acerba ma sicura e definitiva.

Anch’io ho sofferto nel leggere sui giornali le notizie di Budapest, ma questa sofferenza non si è mai accompagnata al dubbio. La grande e positiva esperienza cinese assolve qualunque errore, perché è la prova manifesta e indiscutibile che la somma dei fatti positivi, nel moto del progresso, è superiore sempre alla somma degli errori. […]"


Non manca un'esaltazione della statura politica di Mao Zedong.


“Mi affascinava il suo sguardo: che è fermo, sereno, dolce, profondamente buono. Tutti i visitatori stranieri concordano nel disegnare di lui un ritratto, nel quale la fermezza si accompagna alla bontà. Se la sua prodigiosa vita di uomo d’azione, di rivoluzionario, è lo specchio del suo coraggio, del suo spirito di sacrificio, della sua volontà di ferro, il suo viso è lo specchio del suo animo buono, generoso. Quando si pensa a quel che avrebbe potuto essere la rivoluzione cinese se alla sua testa fosse stato un fanatico, un sanguinario, un teorico lucido, astratto, spietato, c’è da rabbrividire”.


Nel Malaparte ‘cinese’ non è difficile ritrovare una tenacia quasi indistruttibile nelle proprie convinzioni, come se quest’autore multiforme e dalle accese passioni fosse in fondo in cerca di qualcosa d’assoluto che potesse offrirgli una persuasione che presumibilmente gli era sempre sfuggita tra le mani. Probabilmente risiede in questo la forza espressiva e culturale di Malaparte, intellettuale certamente impegnativo per chi sia convinto che il campo d’interesse debba essere specifico e per forza di cose limitato e limitante. Dal volontarismo militare al Fascismo degli anni giovanili, infatti, dalle distanze dal Regime fino alla ribellione contro il fallimento di una paventata rivoluzione sociale alla quale il regime dittatoriale secondo lui non seppe tenere fede, Malaparte compie un percorso all’apparenza contraddittorio che lo avvicina fino al Partito comunista italiano e presumibilmente lo spinge verso l’Est socialista.


L'approccio umano

Lo sapevo anche prima di andare in Cina cosa significasse la parola fratello, ma il vero profondo eterno significato dell’espressione amore fraterno l’ho imparato soltanto durante il mio soggiorno e la mia malattia in Cina. E se insisto su questa mia esperienza di affetto, di gentilezza, di solidarietà umana, non è per spirito deamicisiano, ma perché è un fatto raro e meraviglioso che un popolo impegnato in una così dura lotta contro l’eredità di miseria e di sofferenza del passato, per la costruzione di un grande paese moderno, libero, giusto e umano, sappia volgere tanta parte del suo spirito alla bontà, alla generosità, alla fraternità."


Malaparte trova nel carattere del popolo cinese, quell'amore e quell'affetto che forse, per citare Guccini 'nessuno gli aveva mai dato, o gli aveva mai chiesto'.


"Io voglio bene ai cinesi. E sarò sempre al loro fianco, in ogni caso, qualunque cosa possa succedere nel mondo. Voglio bene ai cinesi non solo per la ragione personale del bene che mi hanno fatto, ma per la ragione più valida e più vera del bene che fanno a tutti gli uomini e a tutti i popoli. L’altra mattina, all’aeroporto di Pekino, quando ho cominciato a salire la ripida scaletta del turboreattore sovietico, messo a mia disposizione dal governo cinese per ricondurmi in Italia, la piccola folla di autorità, di giornalisti, di medici, di infermieri, di funzionari dell’aeroporto, di scrittori, di diplomatici, che era venuta a salutarmi – c’era in quella folla il Ministro della Cultura della Repubblica Popolare cinese venuto a portarmi il saluto del governo e del Presidente Mao – è ammutolita all’improvviso. Io non riuscivo a salire quei ripidi gradini e mi ero accasciato mezzo svenuto. Il Comandante del turboreattore sovietico, un biondo russo dalle mani enormi, è sceso di corsa e mi ha sollevato quasi di peso, issandomi, gradino per gradino, verso la cabina dell’aereo. La folla, colpita dallo spettacolo penoso, taceva. Giunto in cima alla scaletta con il fiato rotto (da più di tre mesi respiro con un solo polmone), mi sono fermato per riprendere forza. Ed è allora che mi sono accorto del silenzio della folla. Volevo dire qualcosa per salutare i miei amici, per ringraziare, e mi sono venute spontanee alle labbra tre parole cinesi, che ho pronunciato lentamente, con grande fatica: “Uò ai zungkuojen”, che vuol dire: “Io voglio bene ai cinesi”. E la folla si è messa a piangere."


Tra le parti più liriche del libro, sono sicuramente quelle in cui l'autore racconta dei suoi incontri e delle sue interazioni con la popolazione cinese. Celebri le sue descrizioni del modo di cucinare la tartaruga o la descrizione di una stradina che passa in uno sterminato campo di cavoli. Il racconto di un incontro con una bambina a Xi'an, che immersa nel fango gli regala un sassolino e che Malaparte considera un regalo preziosissimo viste le condizioni di povertà della bambina, è stato tradotto in versi da Walter Murch, montatore, tecnico del suono e regista statunitense, vincitore di tre premi Oscar, tra cui quello per il missaggio sonoro di Apocalypse Now. Di seguito la poesia, intitolata "Xian of Eight Rivers":


"China is made of earth, of sun-dried mud.

In this part of China everything is made from the earth: the houses, the walls around cities, and villages, the tombs scattered over the countryside. Even the people.

There are hills below that appear to be piles of mud set out to dry in the sun, naked, without a single tree or bush. They crowd around the landscape like the coils of bulging intestines tossed on the ground outside butchers' shops, slowly unraveling.

Sometimes we fly so low that we almost touch them.

And then I notice that the wind has brushed some kind of pattern into the earth: a mysterious alphabet written in the mud, struggling to communicate something precise.

But there is not a single animal or human being in the yellow desert below. Not a single village.

Suddenly we are landing: Xian, the geographic center of China, where Chinese civilization was born, in the cradle of the Yellow River.

In front of the terminal, three children are playing with a lump of earth: they are bundled up in jackets and brightly printed cotton trousers.

I join them in their game until a young woman comes out of the terminal to call me in for dinner. One of the children grabs me by my overcoat, to keep me from leaving. So do the other two, clinging to me, asking me not to go.

The young woman comes out again, and yells at them to stop. They let go, disappointed.

One of them calls to me as I turn away: Come back soon!

We eat quickly and then prepare to take off for Lanchow. My three new friends wave goodbye to me. The littlest one gives me a present: a pebble, a precious gift.

In this part of China there are no stones. You have to go to Karelia to find stone, very far north; or to the Caucasus; or to southern Siberia, along the slopes of the Pamir, slanting toward the steppes of Central Asia.

I put the pebble in my pocket, to take back home, to show what a precious gift I was given by a little Chinese girl: a pebble from the cradle of Chinese civilization.

A civilization made of earth, a civilization without bones, without a skeleton for support. A civilization of assembled customs, which suddenly unravel, dissolving into thousands of separate gestures, thousands of calligraphic icons, thousands of smells, colors, flavors, thousands of different shades. And then just as suddenly they solidify again into tradition, memory, habit.

It is this absence of stone, of solid, durable material, which makes China such an exquisite thing. Everything is reflected: an unimaginable number of movements, of patterns, thoughts, images, of which we see the copies in immense numbers, but never the originals. The originals were destroyed long ago.

Here are the four elements out of which China is made: Earth, Wood, Porcelain, Silk.

The most durable of these is Silk. I should add a fifth element: Poetry, which is the most durable of all."


(poesia tratta da "The bird that swallowed its cage", Counterpoint Press 2021)


Malaparte non abbandona l'amore per la Cina nemmeno in punto di morte, quando nel suo testamento scrive: "Mosso da sentimenti di riconoscenza verso il popolo cinese ed allo scopo di rafforzare i rapporti tra Oriente ed Occidente istituisco una fondazione denominata 'Curzio Malaparte' al fine di creare una casa di ospitalità, di studio e di lavoro per gli artisti cinesi in Capri".

Il lascito a cui fa riferimento è la villa da lui ideata e progettata a Capri (che possiamo ammirare in film come "Il disprezzo" di Jean-Luc Godard del 1963), e che aveva soprannominato "Casa come me". Anche dopo la sua morte voleva abbracciare, accogliere e accudire i cinesi dentro di sé. Gli eredi, scontenti della decisione del congiunto, hanno impugnato il testamento. Ne è nata una battaglia giudiziaria al termine della quale, contro le ultime volontà del Malaparte, la proprietà è stata attribuita agli eredi i quali hanno in seguito assegnato la proprietà alla Fondazione Ronchi, veste giuridica degli eredi Malaparte.


Le critiche all'opera

I maggiori critici del reportage di Malaparte sono il sociologo politico ungherese Paul Hollander e il sinologo belga Simon Leys.

Nel suo Political pilgrims del 1981, Hollander sottolinea come molti intellettuali occidentali, disillusi dal loro mondo e la loro società, rivolsero lo sguardo a regimi autoritari socialisti per dare un significato alle proprie vite. I dittatori stranieri affascinavano questi intellettuali che li consideravano come dei sovrani filosofi, un perfetto mix tra uomo d'azione e intellettuale.

Sia Hollander che Leys pongono l'accento su quella che chiamano "tecnica dell'ospitalità", praticata spessissimo dai regimi totalitari nei confronti di intellettuali stranieri. A essi venivano fatti incontrare solo ammiratori esperti delle loro opere, gli veniva concesso di interloquire con i leader politici, con intellettuali del posto, gli veniva offerto ottimo cibo e gli venivano offerti i migliori alloggi. Dal punto di vista dei viaggi veniva invece usata la tecnica dei Villaggi Potemkin, che consisteva nel guidare gli intellettuali in piccoli, selezionati villaggi, in cui risplendessero i successi del regime.

Secondo i critici insomma, Malaparte, come tanti intellettuali prima e dopo di loro, hanno scritto quello che volevano vedere e trovare in Cina, non ciò che avevano veramente visto e trovato.


Malaparte all'aeroporto di Roma al suo ritorno dalla Cina, 11 marzo 1957

Chiudiamo con il telegramma che Malaparte spedì a Mao Zedong prima di lasciare la Cina:

"Sono andato in Cina da amico, sono partito innamorato della Cina”.