Foschia Gialla: lo stato dell'America Trumpiana dalla prospettiva di un sino-americano



Nel 2016 dopo 17 anni vissuti a Pechino, Jerry Chan decide di ritornare negli US con la famiglia. In questo articolo per Buyiding ci racconta i preoccupanti cambiamenti riscontrati nel paese in cui è cresciuto, tra tensioni razziali, COVID-19, una nazione polarizzata e una comunità sino-americana sempre più divisa.

Di Jerry Chan (Traduzione dall'inglese della redazione Buyiding)

Settembre 2020: dalla finestra di casa osservo un cielo squallido e nuvoloso – una cupa massa grigiastra perforata dall’occasionale gracchiare di un corvo o dal roteare delle pale di un elicottero.

Uggiosi cieli mattutini non sono rari in questa parte della California meridionale. Le nuvole sono causate dal mare che si avvicina rollando di notte dalla vicina costa lagunare. Ma all’inizio di Settembre questi grigi cieli mattutini si sono trasformati in una foschia gialla che brucia e ustiona le vie respiratorie, prodotta dal fumo causato dagli incendi che stanno divampando nella regione della California meridionale.


California? Pechino? Buona la prima

Cinque anni fa, quando ancora vivevo a Pechino, questo tipo di foschia fumosa sarebbe stato un tipico sfondo panoramico. In giorni come questi mi sarei fissato a guardare malinconicamente i cieli azzurri postati su WeChat dai miei amici in vacanza fuori dalla Cina, respirando a fatica per l’aria putrida che s'intrufolava dalle fessure della mia finestra.

Ora, nel 2020, la situazione si è ribaltata, i post che ora vedo su WeChat mostrano cieli di un azzurro cristallino, ma stavolta ad ostentarle sono quelli che si godono la qualità dell’aria di Pechino, postando foto di normale vita urbana. Contemporaneamente, i miei amici qui in California si lamentano on-line del disastro della gestione del Covid-19, condividono foto di cieli apocalittici color terra bruciata assieme alla preoccupazione che presto dovranno dire addio a WeChat.

Eccomi qui, sono passati quattro anni dal mio ritorno negli Stati Uniti, e ancora fatico a respirare.


Tempo Passato

Nel Gennaio del 1999 arrivai a Pechino fresco di laurea e poco più che ventenne, con la mia faccia pulita e la testa piena di sogni sul mio futuro. Non avevo piani, l'unica idea che avevo in testa consisteva in un “mi fermo qui un anno e poi vediamo cosa succede”.

Jerry Chan

Mai avrei pensato che quell’anno si sarebbe allungato a diciassette, e ancor meno avrei immaginato tutti i colpi di scena e le sorprese che mi attendevano nella mia vita pechinese al pari dei cambiamenti che si sarebbero succeduti a rotta di collo nella società, a tutte le persone che avrei incontrato, ai viaggi, al matrimonio, ai figli, alla morte dei miei genitori. È stata una cavalcata stupefacente, sconcertante, drammatica, movimentata e straordinariamente selvaggia.

Sposarmi e mettere su famiglia ha ovviamente cambiato tutto. I nostri ultimi anni a Pechino sono stati dominati da ansie legate al sistema scolastico e all’attesa della partenza – soprattutto perché il mio figlio più piccolo, affetto da una forma di autismo, non avrebbe avuto valide opzioni scolastiche e tantomeno cure adeguate.

Contemporaneamente la Cina, nonostante o per via di tutti i suoi cambiamenti, pareva regredire verso la società restrittiva che noi membri della comunità internazionale pensavamo fosse oramai sepolta nel passato. Semplicemente, in un tale contesto non riuscivo ad immaginare un futuro per la mia famiglia a Pechino.


Viali puliti, prati curati, ville a schiera: Welcome to Irvine

Fu così che nella primavera del 2016 partimmo per gli Stati Uniti, il mio paese natio. Piuttosto che tornare in Texas, lo stato in cui sono nato e cresciuto, scegliemmo di trasferirci a Irvine, nella California meridionale, principalmente per la sua vasta comunità cinese (condizione assai vantaggiosa per mia moglie, nata a Pechino), per la convenienza (almeno fino al recente passato) dei collegamenti con la Cina, e, ovviamente, per il clima meravigliosamente mite e per i bellissimi scenari naturali. Per noi, era la decisione giusta al momento giusto, e ci sentimmo molto fortunati ad avere la possibilità di vivere in un posto come questo.

Ora, a quattro anni di distanza, mi sento ancora grato, specialmente perché mio figlio disabile ha diritto per legge a un'istruzione decente, per la nostra (relativa) libertà di espressione, la ricca diversità culturale, gli spazi aperti e il clima fantastico di questa regione.

Ma adesso l’ansia sta via via oscurando la gratitudine. Come la Cina, anche gli Stati Uniti sono cambiati, ma in modo talmente profondo da renderlo del tutto inimmaginabile.

Da quale pulpito...

Lo “schadenfreude”, ossia il godere delle sofferenze altrui, è sempre stata una sfumatura costante nelle notizie e negli editoriali dei media statunitensi riguardo alla Cina negli ultimi vent’anni. Le critiche sono arrivate a volte accompagnate da una beffarda aria di superiorità, ma spesso erano comunque giustificabili. In qualità di membro importante della comunità internazionale, la Cina dovrebbe giustamente essere ritenuta responsabile per i suoi molteplici problemi – il ritardo nell’impegnarsi in riforme politiche, l'oppressione istituzionale, inquinamento, corruzione e questioni sociali solo per nominarne alcuni.

Ma tali critiche, seppur valide, sono sempre state sbandierate dietro una fragile facciata ipocrita. I fallimenti sistemici statunitensi come il razzismo, l'oppressione e la corruzione interna sono apparsi sempre più chiari al resto del mondo – e per noi americani cresciuti a "pane, America, e noi siamo i migliori" questa realizzazione è stata sconcertante.



Al mattino e alla sera, in modo tutt'altro che salutare, passo diverso tempo a scorrere con la morte nel cuore i social media. Il mio newsfeed è una deprimente litania di corruzione, razzismo, armi da fuoco, virus e porcherie Made in the USA, e mi ritrovo spesso a presagire con ansia quale nuova minaccia esistenziale possa materializzarsi il mattino seguente.

Questi sentimenti angosciosi sembrano non avere fine: mentre la nostra nazione brucia, le proteste contro la brutalità delle forze dell’ordine aumentano, le tensioni con la Cina crescono, i nostri alleati storici prendono le distanze e le frizioni sociali sono esacerbate, il nostro presidente ha audacemente proclamato che ostacolerà una pacifica transizione di potere nel caso in cui perdesse le elezioni, twittando complotti e incoraggiamenti razzisti alla sua base sempre più folle.

Ignoranza impudente, anti-intellettualismo, bullismo e la mentalità del “vincere ad ogni costo” dominano. Tensioni razziali, brutalità delle forze dell’ordine e violenza armata monopolizzano i notiziari. Nel frattempo una parte incredibilmente larga della popolazione sembra vivere in una realtà alternativa basata su presunti complotti e teorie cospirazioniste divulgate dall'ultra-destra – le loro paure deliranti esacerbate dalle crescenti disparità economiche, dal timore verso i cambiamenti demografici in atto nella nazione e dalla retorica incendiaria Repubblicana.

Avvolto in una bolla

Ma vivere a Irvine può contribuire a farti vivere in una beata ignoranza rispetto a tutti questi problemi. Il paese è in subbuglio, ma la vita qui assomiglia ad un miraggio di una serena e sterilizzata stabilità in un mare di sabbia bollente.

Con la sua università famosa, le case di lusso, i prati perfettamente curati, i parchi che sembrano usciti fuori da una cartolina e la sua popolazione relativamente agiata di poco più di 300mila anime, Irvine ha sempre avuto la reputazione di essere una “preziosa bolla di privilegio” nell’area di Los Angeles/Orange County.

Paragonata ad altre città limitrofe come Santa Ana e Anaheim, Irvine è stata risparmiata dalla pandemia grazie alla sua condizione privilegiata. E ogni volta che io e la mia famiglia lasciamo la nostra “bolla”, e guidiamo attraverso altre zone circostanti meno agiate, sono sempre assalito da una fastidiosa miscela di sollievo e senso di colpa, essendo cosciente che il nostro privilegio è, letteralmente, uno scudo contro l’impatto della pandemia che ha fin qui annoverato più di 13,000 casi a Anaheim e Santa Ana, contro gli appena 1,600 di Irvine.

Ma Irvine è una “bolla” per noi anche in un altro senso: il 43% della popolazione è asiatico, e la percentuale continua a crescere anche se—al momento, a causa sia del virus che delle tensioni tra USA e Cina—si è virtualmente fermata.


Hsi Lai Temple, Hacienda Heights, CA: il piu' grande tempio Buddista negli US

Questo significa che la maggior parte dei compagni di classe dei miei figli è di origine asiatica (e in maggioranza cinese), come le persone che incontriamo nei parchi del vicinato, nei negozi e nei ristoranti. Per certi versi, ci sembra di non aver mai lasciato la Cina, o che la Cina ci abbia seguiti fin qui.

In questo contesto, non posso evitare il confronto con la mia infanzia a Houston, Texas, dove facevo parte di uno sparuto gruppo di studenti asiatici e le nostre famiglie erano una minuscola parte di un vicinato a stragrande maggioranza bianca. Non fraintendetemi, nonostante la sua reputazione di stato redneck sudista, Houston mi ha assicurato un’infanzia felice e stabile. Crescendo mi sono imbattuto in brutti episodi di razzismo, ma sono stati rari e ben lontani dal ledere irreparabilmente la mia autostima. In fin dei conti Houston, la quarta più grande città statunitense, era ed è ancora relativamente internazionale e cosmopolita per gli standard americani. Questa era l’America della mia infanzia. Questa era l’America che conoscevo e amavo.

Melting pot? Piuttosto una pentola che brucia...

Vivere nell'America di oggi è tutt'altra cosa rispetto a quegli anni. Di certo, l'area di Los Angeles/Orange County è in sé assai differente da quella meno popolosa della Houston della mia infanzia. Qui si vive in quella che è sostanzialmente una 'iper-America', ovvero un denso miscuglio di comunità, colori, credenze e mentalità che riassume il senso originario della nostra nazione.

In superificie, la vita qui procede. La società, le aziende, il commercio e il traffico vanno avanti. La gente ancora lavora, va in spiaggia, sorride e si saluta quando s'incrocia per strada. Ma sotto questa patina di normalità c'è una tensione non dissimile da quella di carattere sismico che è propria di quest'area geografica. E sembra quasi che da un momento all'altro tutto possa sprofondare.

Un tempo gli americani andavano fieri di definire la nostra nazione un melting pot di culture e credenze differenti, ma ora è sempre più chiaro che la nostra società è diventata uno stufato stracotto, uno di quelli lasciati sul fornello a cuocere troppo a lungo, che sta bruciando sempre di più alla base mentre rischia di strabordare dalla pentola.

Febbre Gialla

Da bambino ignoravo tutte queste problematiche. Negli anni '70 e '80, gli americani di origine asiatica non erano il soggetto d'infamie nella società come invece accade adesso (a parte qualche rigurgito anti-giapponese negli anni '80). Nel migliore dei casi, eravamo considerati una delle 'minoranze modello' che ben incarnava il sogno americano; oppure eravamo visti come dei nerd, o alla guisa di personaggi stereotipati proposti da film o serie TV americane dell'epoca.


TIME cover, 1987

Ma negli ultimi due decenni l'ascesa della Cina sul palcoscenico mondiale ha contribuito indirettamente a spostare i riflettori sulla comunità asiatico-americana. Fino a poco tempo fa, questa attenzione era per lo più positiva, poichè connessa ad eventi di natura culturale o sportiva: la popolarità di film come Crouching Tiger, Hidden Dragon, le Olimpiadi di Pechino nel 2008, il crescente seguito di fans del pop coreano o dei manga giapponesi fino a giungere al successo nel 2018 della pellicola Crazy Rich Asians sono stati tutti elementi che hanno contribuito ad innalzare la percezione di una crescente accettazione nel tessuto sociale americano.

Tuttavia di recente, questa percezione è stata via via adombrata da un crescente sentimento anti-asiatico e, più specificamente, anti-cinese reminiscente di un razzismo con radici antiche. E la scintilla che ha rinfocolato quest'ultima incarnazione del Pericolo Giallo va rintracciata da un lato nella guerra commerciale con la Cina istigata da Trump, dall'altro ai primi casi di COVID-19 riportati in America: da quel momento in poi i crimini e le molestie di natura razziale nei confronti degli Asian-Americans sono andati aumentando, attizzati dalla retorica razzista e di destra che ha etichettato la pandemia con nomignoli tipo 'virus cinese' o Kung-flu (gioco di parole che coniuga il termine kung-fu con flu, influenza in inglese, ndr).

Per Trump e la sua base prevalentemente bianca e di destra, tutto quello che c'è di sbagliato è responsabilità della Cina. Non puoi permetterti l'affitto? È colpa della Cina. Sei stato licenziato? È colpa della Cina. Per la miseria, riprendendo le parole del segretario di Stato Mike Pompeo Fox News è arrivata a dire che anche i rituali incontri scolastici tra genitori e professori sono a rischio 'd'infiltrazione cinese'.

Ovviamente, a nessuno passa per la testa di andare a verificare come le disuguaglianze economiche e sociali in America siano responsabilità del nostro sistema oligarchico e dell'avidità delle nostre corporazioni.


Ma alla fine tutto questo è da ricondurre ad una semplice verità: una proporzione consistente di bianchi americani non sono o mai saranno in grado di riconoscere la lunga storia xenofobica e razzista del nostro paese; tantomeno di riconoscere il loro ruolo nel perpetuare questa eredità. Questi sono gli individui che vanno in giro affermando che il 'razzismo in America non esiste più' o che per loro 'il colore della pelle non è un problema'. Ma quando la discussione verte sulle politiche Trumpiane che accumunano senza distinguo migranti e rifugiati nella categoria dei Bad Hombre (gettando in gabbia donne e bambini), o etichettano virtualmente tutti i musulmani come terroristi, o bollano paesi in via di sviluppo poveri e non-bianchi come posti di merda, questi individui o se ne fregano altamente oppure sostengono in modo attivo tali politiche.

E adesso tocca a noi (anche se c'è qualcuno che non si preoccupa)

Nonostante il palese razzismo c'è ancora un numero considerevole di sino-americani che sostengono Trump. Sin dalle elezioni del 2016, questo gruppo d'individui è stato particolarmente attivo su WeChat, dove proclamano a voce alta il loro sostegno al presidente in discussioni sia pro- che anti-Trump, disseminando retorica di partito e giustificazioni di ogni tipo ai fallimenti delle politiche presidenziali.

Il costante sostegno a Trump di questo gruppo di sino-americani, nonostante il fatto che la sua amministrazione abbia caldeggiato il sentimento anti-cinese in America, può apparire sconcertante in superficie, ma per certi versi è prevedibile. In un articolo recente pubblicato da Nikkei Asia, si parla della Chinese American Alliance (CAA)—un gruppo di sino-americani che sostiene attivamente Trump. In un tratto dell'articolo si legge:

“Molti americani di origine asiatica sono inquieti per l'uso fatto da Trump di termini come 'virus cinese' o 'kung-flu', in quanto questa retorica è connessa ai crimini di odio e discriminazione razziale verso questa comunità. E l'atmosfera è diventata così pesante che un certo numero di studenti cinesi sta riconsiderando la decisione di iscriversi ai college americani. In più l'incombente decisione di boicottare WeChat negli USA toglierà ai cinesi una componente fondamentale della loro vita quotidiana [WeChat è l'app social più diffusa tra i cinesi, usata per comunicare con parenti e amici, ndr]. Ma per sovvenire a questa eventualità la CAA ha creato un suo nuovo gruppo su Telegram [un'altra app per scambiarsi messaggi, ndr]. I due rappresentanti di CAA, Mr. Qiu e Mr. Li, affermano che dove vivono non si sono mai imbattuti in ostilità di tipo razziale e Mr. Qiu aggiunge:

"Io credo nella legge e nell'ordine. L'America protegge i diritti individuali: se qualcuno infrange la legge gli puoi fare causa, e per proteggere la tua proprietà privata puoi possedere un'arma, per cui io non mi preoccupo" dice Mr. Qiu "Vivo in un'area suburbana e fin qui non ho avvertito alcun tipo di minaccia."


In altre parole, per questi sino-americani, nessuno dei problemi esistenti ha importanza fin quando non vanno a influire direttamente sulle loro vite.

Naturalmente ci sono anche anche altri fattori in gioco: una vasta fascia di sino-americani non è favorevole alle politiche di affirmative action in atto nell'educazione superiore poiché secondo loro tali politiche svantaggiano gli studenti di origine asiatica; inoltre, in parecchi non vedono di buon occhio gli 'immigrati clandestini', considerati come scrocconi che approfittano del sistema (al contrario di coloro che emigrano attenendosi alle regole).


Manifestazione CAA a Boston, 2018 (credit: Majxuh, Creative Commons)

Si dice che il numero dei sostenitori sino-americani di Trump sia andato diminuendo negli ultimi due anni, presumibilmente a causa della montante retorica anti-cinese. Tuttavia sondaggi recenti indicano che anche i sino-americani che sostengono i Democratici stiano calando, mentre il numero di quelli che appoggiano i Repubblicani è rimasto più o meno lo stesso.

Rimane da vedere se, in generale, il voto degli americani di origine asiatica che ancora sostengono Trump farà qualche differenza nelle prossime elezioni presidenziali; ma una cosa è certa: la comunità sino-americana, come d'altronde il resto della nazione, sta diventando sempre più divisa.

E adesso...cosa succede?

Nel momento in cui scrivo mancano poche settimane alle elezioni presidenziali. I nuovi casi giornalieri di COVID-19 negli Stati Uniti, pur avendo di recente dato qualche segno di diminuzione, hanno ricominciato ad aumentare. Nonostante ciò, scuole, negozi e uffici sono di nuovo aperti e l'economia del paese sta dando qualche segno di ripresa.

Sarebbe bello pensare che il peggio sia ormai alle nostre spalle, ma la situazione attuale sembra avere più che altro le sembianze della calma prima della tempesta. La posta in gioco è più alta che in passato e, a prescindere dalle affiliazioni politiche di ciascuno, abbiamo tutti un elemento in comune: la paura. La Destra immagina una società 'senza legge' dominata dal 'socialismo', dal crimine e da immigrati indesiderati; mentre la Sinistra presagisce una nazione avviata verso uno stato dispotico da Terzo Mondo con il suo crescente divario di disuguaglianze.



Per quanto mi riguarda, anch'io ho paura. Joe Biden sembra essere avanti nei sondaggi, ma se c'è una lezione da apprendere dopo quanto avvenuto nel 2016 è che tutto è possibile.

Allo stesso tempo sarebbe totalmente ingenuo pensare che con Biden alla presidenza i problemi radicati dell'America si possano magicamente risolvere: davanti a noi abbiamo un futuro in salita e nebbioso, a prescindere da chi occuperà la Casa Bianca.

Personalmente, sono ben consapevole che la mia condizione privilegiata permetterà ai miei figli di avere potenzialmente migliori opportunità nella vita rispetto alla maggioranza dei loro coetanei. Ma questa consapevolezza non mi conforta affatto: non quando le crisi che abbiamo di fronte sono di queste dimensioni e non quando il mondo dà la sensazione di vacillare, arretrando verso un baratro.

I quattro anni appena trascorsi sono stati inimmaginabili.

Altri quattro con Trump presidente lo sarebbero ancora di più.


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